Bilaterali: 2000-2015

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Di

20150502mainini

di Giorgio Mainini

Sono beneducato e mi concedo una sola parolaccia: cazzo.

Allora mi pongo un paio di domande. Con che cazzo di testa i guru del PS ticinese nel 2000 hanno invitato il sovrano a votare Sì agli Accordi bilaterali? Proprio bisognava essere dei geni per capire come sarebbe andata a finire?

Gli economisti di riferimento della Sinistra sostenevano il Sì, dando fiducia alle misure di accompagnamento. L’altra sera uno di quei guru ha definito gli accordi “letali” dal punto di vista dell’evoluzione dei salari. Il 1. maggio un altro ha chiesto di congelarli finché non saranno adottate misure realmente efficaci contro il dumping salariale e sociale. Ciò significa che le famigerate misure di accompagnamento non erano realmente efficaci. Bravi, adesso se ne accorgono?

Nel 2008, quando i sintomi della catastrofe erano palesi, con bella coerenza il Partito Socialista di nuovo invitò a votare Sì alla riconferma degli accordi sulla libera circolazione. Il risultato, in Ticino, fu una valanga di no: i due terzi dei votanti. Un piccolo (piccolo!) ripensamento… no, eh? Quanto è costato, in termini di credibilità e in definitiva di voti al PS essersi incaponito per 15 anni nella difesa a oltranza di accordi che il Ticinese quadratico medio (come piace dire all’admin) aveva capito essere letali già nel 2000?

Tanto per imbrodarmi un po’, ecco un estratto di un mio contributo del 1999 pubblicato su “Area”.

“Parliamo dell’Europa. L’Europa che stanno (stiamo?) costruendo è a perfetta immagine, somiglianza e utilità di ben riconoscibili cerchie economiche. Che oggi sia diretta dall’ex compagno di strada di sinistra Romano Prodi, democristiano della più bell’acqua da sempre, non sposta la verità di un decimillesimo di millimetro (come diceva il compagno Peppone Bottazzi). I lavoratori svizzeri ne hanno una paura matta, ed hanno tutte le ragioni del mondo. Gli economisti, dal neo direttore di Idée Suisse di lingua italiana, ai guru dell’UNISI, ai candidati PS al Consiglio di Stato ticinese dicono, invece, che hanno torto. […] Qualunque ticinese che, almeno una volta nella vita, è andato a far la spesa a Como, o ha cenato in Val Ganna, o si è trovato come collega sul posto di lavoro un valtellinese, sa che i prezzi e i salari nella vicina repubblica sono ben al di sotto dei nostri: teme dunque che, con gli accordi bilaterali, il suo, di salario, diminuirà. Ed è convinto che sono bal dop scena che caleranno anche i prezzi. E dunque l’Europa non la vuole. O meglio: questa Europa non la vuole. Ma i compagni gli dicono che deve volerla. E allora che fa? Vota per chi gli dice che l’Europa non la vuole. […] E noi, compagne e compagni, non avremo nemmeno la miseranda soddisfazione di dire “noi ci eravamo battuti contro”. Noi ci saremo battuti, e nemmeno con troppo entusiasmo, per le misure collaterali. Avremo accettato di non lasciar esagerare con il dumping salariale, a condizioni capestro che non si verificheranno mai; avremo accettato i bassi salari, purché non troppo bassi; avremo accettato di far pagare meno tasse a chi potrebbe pagarne cinque volte tanto senza che le sue rilassanti vacanze alle Bahamas ne risentano troppo. E altro ancora. Avremo messo i soliti cerotti alla gamba di legno.
Compagne, compagni: non vi sembra proprio il caso di prendere il toro per le corna e rivedere dall’inizio le vostre opinioni? Non vi sembra proprio il caso di buttare a mare questa Europa e battersi per un’altra, umana e a misura d’uomo? E lasciar andare per la loro strada quelli che sono stati e sono i nostri avversari di sempre?”

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