Povera madre

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Di

20150510krumira

di Krumira

Aspettava con molta ansia di riveder il suo bambino, di riabbracciarlo dopo quei lunghi cinque anni senza toccarsi, senza vedersi. Telefonate diradate nel tempo per l’incapacità di raccontare la cucina, la fatica e la solitudine del grande albergo nel quale lavora. Pacchi spediti a Natale e per il compleanno e quella domanda di ricongiungimento familiare che viene negata, non una ma due volte. E la speranza di poter carezzare quelle braccine magre, di baciare quella testolina crespa, di rimboccargli le coperte si disintegra contro il muro della legge: loro non possono ottenere il ricongiungimento familiare perchè sono ivoriani e beneficiano di un permesso di soggiorno per lavoro nelle Isole Canarie.

Così escogitano un piano assurdo: portare Abou fino al Marocco, trovare qualcuno che faccia da passatore, nasconderlo nella valigia, aspettare un paio d’ore e poi ritrovarsi in Spagna. Si deve essere molto disperati per pensare che una cosa del genere possa funzionare. E infatti non funziona. La Guardia Civil di Ceuta, facendo passare la valigia ai raggi X, trova quel passerotto di neanche 20 chili ranicchiato in un trolley. Adesso Abou mangia baguette e chiude i suoi grandi occhi neri in un istituto per bambini maltrattati. Il padre è stato arrestato e la madre prega disperatamente per di poterli rivedere entrambi.

Drammi comuni nel mondo della migrazione. Non si contano i feriti tra i piccoli afghani che cercano di arrivare in Italia viaggiando sotto i camion. Destino di chi cresce in una bidonville del Sud del mondo cercare di passare attraverso le maglie di un sistema spietato, che rende impossibile anche il più elementare dei diritti: avere con sé i propri figli. E non si pensi che la Spagna sia più cattiva degli altri: tutt’altro, è proprio la prassi, e la Svizzera fa uguale. Si chiama “politica di dissuasione” e risponde più o meno all’idea che “peggiori sono le condizioni in cui ti permetteremo di sopravvivere, minori saranno le possibilità che tu, pidocchioso poveraccio, venga a chiedere protezione o lavoro proprio a noi”. Questa politica di inasprimento ha reso inospitali quasi tutti i Paesi europei, quale più, quale meno. Noi, Primo mondo, dimostriamo ancora una volta la nostra splendida supremazia intellettuale impedendo agli altri, ai poveracci, di venire a contribuire alla nostra economia in declino.

E che dire a quella donna che accompagna i suoi due piccoli a scuola ma non può far venire il maggiore di soli dieci anni? E a quella signora siriana con quattro bambini che non può far arrivare il marito dalla Giordania? E a quell’altro signore, anche lui siriano, che non può ricongiungersi con la moglie e i figli dall’Egitto?

Di recente ho sentito una storia molto triste, la vicenda di un siriano respinto dalla Svezia dopo sei mesi, per impronte digitali registrate in Italia. Uno incappato nel meraviglioso regolamento di Dublino. Dopo sei mesi trascorsi a -30 gradi, ritornato in Italia, fa domanda di asilo, ma dopo una settimana decide di rientrare in Siria: la moglie è malata e non c’è più nessuno che possa occuparsi del figlio. Si fa espellere dall’Italia e parte per la Turchia, ma a Istanbul viene respinto di nuovo in Italia. Ora è in uno dei dieci centri aperti a Milano e vorrebbe ripartire per il Libano. Ha un foglio di espulsione dall’Italia ma le impronte registrate, perciò nessun altro Paese lo accetterà. La sua disperazione è molto simile a quella della mamma di Abou, dall’altra parte del mare. Accomunati dall’essere migranti in un continente, l’Europa, che ha messo la legge prima dell’umanità.

“Il bambino nella valigia” è anche, incredibilmente, il titolo di un libro scritto a quattro mani dalle autrici danesi Lene Kaaberbol e Agnete Friis. Quando si dice che la realtà supera la fantasia.

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