Il viaggio di nonno Abdel

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Di

20150601angelo

di Angelo

Quando l’hanno visto avvicinarsi alla passerella, sorretto dal figlio e dalla nuora, i marinai dell’incrociatore “Dattilo” della Marina militare italiana non ci potevano credere. Tra i 234 disperati dell’ultimo salvataggio della giornata c’era lui, Abdel Fahim Taktak, di 92 anni, una lunga tunica, il bastone intarsiato tra le mani e un candido velo a coprirgli la testa. Gli occhi una fessura con un’ombra di azzurro, la rada barba bianca e la magrezza fragile di chi ha trascorso la vita lavorando la terra e nutrendosi dei suoi frutti.

Tre giorni di mare su un barcone della fortuna, insieme ai tre nipotini. Cinque giorni e sei notti trascorsi a contare le onde di giorno e le stelle di notte. “Jeddu, Jeddu, tra quanto arriviamo?”, domandava insistente il piccolo Ahmad. “Tra poco, luce dei miei occhi, mio piccolo fegato”, rispondeva il nonno sempre più stanco.

Ma nessun gabbiano all’orizzonte, nessun portacontainer in vista, solo quell’ondeggiare continuo che rivolta lo stomaco, che ti impedisce di nutrirti. E sulla testa il sole a picco e sotto i piedi l’acqua che si fa sempre più scarsa. E il sudore, il fetore dell’urina che sale dalla sentina. La speranza che pian piano si fa sempre più fioca, sottile, come quella scia lasciata da un aereo che passa distante. Così distante che Jeddu Abdel non può vederla.

Oggi Abdel racconta: “Siamo fuggiti dalla Siria a bordo di un furgone che ci ha portati fino in Egitto. Mio figlio aveva trovato il contatto giusto. Abbiamo aspettato il nostro turno e siamo partiti da una spiaggia egiziana. In quel peschereccio eravamo moltissimi, più di 200, tante donne e bambini. Siamo stati in mare cinque giorni e sei notti. Mi sono sentito male, credevo di non farcela, pregavo. Quando finalmente ci hanno soccorso e ho toccato terra mi hanno fatto sedere su una sedia a rotelle, ma io ho detto subito che sono ancora in grado di camminare da solo. Sono solo molto stanco, ho bisogno di dormire.”

Nonno Abdel, il figlio con la nuora e i tre nipotini adesso sono ospiti di un agriturismo di Nola. La singolarità dello sbarco ha acceso un moto di umana solidarietà e ha risparmiato loro l’umiliazione del centro di accoglienza e la presa forzata delle impronte digitali. Il loro viaggio però non è concluso: devono arrivare in Germania, dove vive la sorella.

“Sto bene, sono solo molto stanco. Ora mi riposo un po’, devo proseguire il mio viaggio”, sono state le prime parole che ha detto a suor Terezinha e suor Angelina, le due missionarie che lo hanno accolto sotto il tendone della Croce Rossa nel porto di Augusta. “Se ho affrontato questo viaggio è per cercare di realizzare l’ultimo desiderio della mia vita, riabbracciare mia sorella e trascorrere vicino a lei gli ultimi anni della mia vita”.

Non sa, nonno Abdel, che per arrivare in Germania bisogna attraversare il Brennero, che in questi giorni è completamente chiuso. Non sa, quest’uomo anziano, che se tenti di passare ti spaccano le braccia a manganellate. Non sa che le politiche europee ragionano in termini di numeri, di contingenti, di lotta all’immigrazione clandestina, di strategia militare per fermare gli scafisti.

Non sa e, mentre scorre il suo tasbih e prega sommessamente, lascia riaffiorare i ricordi: gli ulivi che a settembre inoltrato rilucevano di frutti maturi, l’aranceto in fiore, il suo profumo inebriante, l’amato cane venduto insieme al gregge prima di partire. Pensa alla tomba della sua sposa, lasciata incustodita, agli anni trascorsi insieme un anno dopo l’altro, un figlio dopo l’altro, cresciuti al sole di Aleppo come piante robuste. E poi la gioia dei nipoti. E poi la guerra, che spezza tutte le vite, tutti i sogni, tutte le speranze.

Buon viaggio, nonno Abdel. Che il cielo ti aiuti, che la notte sia scura, le guardie distratte, il cammino sicuro. Che il tuo viaggio possa terminare presto e la tua vita trascorrere nel conforto della presenza di chi ti vuole bene.

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