Mare assassino, storie di migranti

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Di

20150621mordasini

di Corrado Mordasini

faccinaGASmordasiniHussein e Akram sono sul ponte del barcone. Il caldo è soffocante e cercano di prendere un po’ d’aria nel fresco della notte mediterranea. Milioni di metri cubi d’acqua scorrono sotto di loro, e in quell’acqua fluttuano inconsapevoli i fantasmi di coloro che li hanno preceduti. È troppo tardi, e non riescono quasi neanche a gridare, quando un’enorme massa nera si separa dalla notte. È un mercantile che, senza nemmeno accorgersene, sperona il loro barcone, aprendo una falla che comincia a imbarcare acqua. Quell’idiota dell’Egiziano al timone probabilmente dormiva, ma non cambia molto.

Ora nella notte si sentono le urla delle donne e dei bambini. Tutti si rendono conto che quella carcassa di barca non reggerà a lungo e, disperati, cercano la salvezza. Un solo gommone a traino legato con una gomena, come cordone ombelicale, galleggia dietro la barca.

I passatori si sono già fatti largo tra la gente urlante e il capo grida in arabo: “Maledizione a questa gentaglia! Cerchiamo di salvarci noi, sparategli!”. I marinai libici iniziano a tirare sulla folla. Una donna, pugnalata, scivola fuori bordo. Ora l’odore della paura si somma a quello delle feci e dell’urina. Donne che urlano, bambini che piangono, uomini che implorano tra il rumore dei colpi e gli schizzi di sangue. Altri corpi scivolano al suolo o in acqua.

Hussein e Akram hanno la fortuna di aver trovato un giubbotto di salvataggio malconcio e si buttano in mare. Aggirano il barcone e si avvicinano al gommone, su cui c’è uno dei Libici superstiti che sta bestemmiando e sparando con una pistola in direzione della folla di disperati che ha quasi sopraffatto i suoi complici.

Hussein cerca di salire a bordo del gommone, ma il Libico con il remo cerca di fracassargli le mani. Hussein invoca il nome di Allah. E prega il Libico di avere pietà, una pietà che non arriverà mai, anche perché Akram, salito dall’altro lato, colpisce il marinaio gettandolo in mare. Ormai i Libici sono sopraffatti e il barcone è quasi affondato. Alcuni profughi vanno giù come sassi, le mani alzate come a salutare i superstiti, quei pochi che sanno nuotare o che vengono raccolti sul gommone di Hussein e Akram.

I disperati vanno alla deriva otto giorni, in balia del mare nostrum, senza cibo né acqua. Martoriati dal sole e dalla salsedine. I primi ad andarsene sono i bambini, poi i più deboli. All’ottavo giorno, una nave maltese li avvista e li raccoglie, portandoli in salvo al porto della Valletta.

Solo che la nave che salva i naufraghi non è una nave maltese, ma un piroscafo scozzese, il “Grecian”. E Hussein e Akram non sono siriani, sono due Ticinesi migranti, Carlo Alberti e Giuseppe Canetti, in viaggio da New York a le Havre con il “Bourgogne”, per tornare a casa coi loro risparmi. Il “Bourgogne” affonda al largo della Nuova Scozia, lasciando sul fondo i migranti e i marinai francesi che con crudeltà li avevano uccisi per salvarsi la pelle. Storie orrende di migrazione, storie oscene di disumanità. Attraversano i secoli, le ere, lasciando la propria messe di cadaveri adagiati sul fondo del mare.

Fortunati l’Alberti e il Canetti, più fortunati dei 3’000 (per difetto) migranti affogati l’anno scorso nel Mediterraneo. Fortunati perché adesso, a 100 anni e rotti di distanza, hanno ancora chi li ricorda. Anni dopo il Babìcc, come era chiamato dai compaesani l’Alberti, raccontava ancora “come un fantasma oscuro ed angosciante” quel naufragio, ormai indelebilmente stampato nella sua testa e nei ricordi dei suoi discendenti che ce lo hanno donato.

La storia del Canetti e dell’Alberti è vera, anche se ho dovuto giocoforza modificarla un po’. Ringrazio Romano Venziani e Giuliano Maddalena che, attraverso la loro storia, mi hanno permesso di sovrapporle quella dei moderni migranti. Questa e altre storie le potrete trovare nel libro “Momenti. Scorci di vita a Cadenazzo sulla strada del tempo”.

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