Quando i bambini li rubava lo Stato. Quello svizzero

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20150622riberti

di Andrea Riberti

Alcune settimane fa ad Ascona due bambini di Scuola elementare, spaventati e impauriti, hanno detto di essere stati invitati a salire in auto da sconosciuti. Immediata la giusta reazione dell’istituto scolastico e della polizia, così come il velocissimo il tam tam dei genitori. Essendo papà di tre figlie, mi sono ovviamente impensierito pur mantenendo la calma. Da allora nessuna informazione è trapelata e, anche se, come penso, la faccenda finirà in un nulla di fatto, questo episodio è stato un buon motivo per un ripasso con i bambini sul comportamento da assumere in questi casi.

Nel contempo però mi sono detto che stranamente non erano ancora giunte le voci dei soliti – come dire? – “testimoni”. Infatti pochi giorni dopo i colpevoli sono stati serviti sul piatto della disinformazione becera e razzista. Si tratterebbe, ovviamente, degli… zingari. Così almeno è stato tramandato di bocca in bocca, di WhatsApp in WhatsApp, di mamma in mamma e anche tra alcuni bambini a scuola, che ascoltano i commenti degli adulti. Fino alle mie orecchie.

Già, gli zingari. In verità, a parte i due ragazzini avvicinati, nessuno ha visto. Ma si è sicuri lo stesso che c’entrino i nomadi. Lo ha detto la polizia? C’è stata una rivelazione giornalistica? Ci sono testimoni che hanno visto chiaramente cosa è accaduto? No, che io sappia.

Eppure nella stragrande maggioranza dei casi le violenze che i bambini devono subire avvengono con il mostro in casa: lo zio, il papà, il nonno, il compagno della mamma, il prete, il maestro di nuoto, l’insegnante, spesso svizzerissimi e magari anche patrizi. Ma qui si tratta di comportamenti criminali.

Il fatto è che in Svizzera troppi bambini hanno dovuto guardarsi le spalle non da criminali e pedofili ma dalla mentalità imperante che per troppo tempo ha appestato questo nostro Paese. Fino al 1973 Pro Juventute ha sistematicamente strappato alle loro famiglie quasi 600 bambini solo perché nomadi: ecco, sì, questa volta gli zingari c’entrano, ma sono loro le vittime. Altre migliaia sono state semplicemente tolte alle loro famiglie, fino all’inizio degli Anni Ottanta, solo perché erano figli di mamme troppo giovani, non sposate, ritenute licenziose, o perché i loro genitori erano considerati incapaci di badare ai propri figli in base a giudizi discriminatori. Vuol dire che quando i Rolling Stones durante l’estate del 1982 suonavano al St. Jakob di Basilea c’erano ancora bambini che non venivano portati via dagli zingari ma dallo Stato.

Sono stimate 50 mila persone che negli anni sono state colpite da decisioni alle quali non è stato possibile opporsi. E la fine di questi bambini è stata terribile: tutti lo sanno ma faticano ad ammetterlo ancora oggi. Spesso rinchiusi in istituti, umiliati, picchiati, violentati, vittime di punizioni corporali, usati come piccoli servi della gleba dai contadini e addirittura per esperimenti medici come avvenuto nel penitenziario femminile dei Hindelbank dove tantissime giovani madri furono imprigionate, sterilizzate, separate dai loro bambini in base a decisioni sicuramente legali ma di fatto non in linea con un Paese che si voleva rispettoso dei diritti umani. Ci sono diverse inchieste giornalistiche che raccontano di svariate misure coercitive estreme avvenute nella democratica Svizzera e che hanno rovinato l’esistenza a migliaia di nostri concittadini, rei di non aver fatto nulla, ma proprio nulla di male.

Tutto questo è avvenuto fino a ben oltre l’anno di nascita di molti di noi ed è bene ricordarlo, perché anche noi saremmo stati potenziali vittime se per qualche motivo i nostri genitori non fossero stati in linea con la mentalità del sindaco, del consiglio parrocchiale, dei vicini di casa, del consigliere comunale, del pediatra, del prete del paese e di leggi comunali, cantonali e federali che hanno faticato non poco a evolversi negli anni.

Forse è davvero il momento di andare a guardare la faccia scura della nostra luna nera invece di dare la colpa a rom ipotetici o ai migranti della caserma di Losone.

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