Rosa canta e cunta

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Di

20150601narzisi

di Marco Narzisi

Rosa Balistreri è stata una grande cantautrice e cantastorie siciliana nel secondo Dopoguerra. Sconosciuta al grande pubblico, amatissima nella sua terra, è stata l’anima canora del popolo siciliano: la sua è una voce stentorea, grezza, sgraziata, viscerale. La voce dei poveri, degli sfruttati, degli oppressi, lontani dalle cartoline turistiche.

Rosa era una del popolo. Suo padre è alcolizzato e giocatore. Con una vita di lavori umili, Rosa finisce in galera per la prima volta per aver cercato di uccidere il marito (sposato con matrimonio combinato) che sperpera al gioco il corredo nuziale della figlia. Messa incinta dal figlio della ricca famiglia per cui lavorava e ingannata con la promessa di una fuga, Rosa ruba l’argenteria, viene nuovamente arrestata e finisce per strada. Il figlio nascerà morto. Si sposta a Firenze, subisce le molestie del prete per il quale faceva la sagrestana, vede la sorella uccisa dal marito da cui era fuggita e il suicidio del padre disperato. Allo stesso tempo fa le prime conoscenze con gli intellettuali e gli artisti negli Anni Settanta, Dario Fo e Ignazio Buttitta fra gli altri, che scoprono e diffondono il suo talento. Rosa muore nella sua Palermo, portando con sé l’anima della Sicilia che non si rassegna.

Ne canta tante, Rosa, e ogni parola sembra ancora scritta ieri, come se nulla in fondo fosse cambiato. Ma non c’è rassegnazione nelle sue parole, bensì il fermo orgoglio del Sud che non piega la testa, che si rialza, che sopporta ogni dominazione con la scintilla della ribellione sempre accesa.

Canta, Rosa, della mafia e dei “parrini” (i preti) che si son dati la mano, minacciando gli uni con l’inferno, gli altri con la lupara, povero cittadino e povero paesano.

Canta degli agnelli dati in mano ai lupi, condannati alla tirannia nell’inferno delle miniere di zolfo.

Canta dei pirati che sbarcano a Palermo con le facce d’inferno e spogliano le campagne dei loro frutti, rubano i colori del mare, strappano via la luce dagli occhi delle donne: “N’arrubbaru lu suli, arristammu a lu scuru, chi scuru”.

E canta anche della sua morte, Rosa, mai arresa, mai piegata, ancora a testa alta, fieramente anticlericale: “Quannu moru, non mi diciti missa” . L’unico pensiero alla sua terra e alla sua gente: “Quannu moru non vi sintiti suli, ca suli nun vi lassu, mancu d’intra lu fossu”.

E l’appello a non essere mai dimenticata: “Quannu moru, faciti ca non moru… ca pi sta terra ‘n cruci murivu senza vuci”.

Tranquilla, Rosa: nessuno ti ha dimenticata.

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