Noi, profughi climatici di domani

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di Andrea Stephani

In questi giorni in cui le temperature non accennano a calare, complice la canicola portata dall’infernale Caronte, i nostri sensi si atrofizzano e perdiamo di vista i problemi reali e le loro implicazioni globali. L’afa inattesa di questo luglio torrido limita la nostra prospettiva al recinto che circonda il nostro orticello. E allora ci preoccupiamo di idratarci molto, di non uscire durante le ore più calde della giornata, di non compiere sforzi eccessivi e di consumare l’acqua con parsimonia. Dall’altro capo del mondo, però, ci giunge una notizia che potrebbe cambiare i nostri orizzonti. Si tratta della storia di Ioane Teitiota.

Ioane è un cittadino dell’arcipelago delle Kiribati, stato insulare dell’Oceania. La Repubblica delle Kiribati – sulla cui bandiera troneggia un sole giallo che sorge sul mare blu, mentre una fregata, anch’essa gialla, si libra nel cielo rosso – è formata da 33 isole (di cui solo 21 abitate in modo permanente) sparse in tre arcipelaghi principali e in circa 3 milioni e mezzo di chilometri quadrati a cavallo dell’Equatore e della linea di cambiamento di data. Ioane è balzato agli onori della cronaca perché di recente ha chiesto alle autorità della Nuova Zelanda di diventare il primo “rifugiato climatico del mondo”. Le Kiribati, insieme alle Maldive, a Tuvalu e a Tokelau, rischiano infatti di essere presto completamente sommerse dalle acque dell’Oceano Pacifico a causa del surriscaldamento climatico. Altro che idratarsi molto e restare in casa! Alla faccia di coloro che negano l’ipotesi del riscaldamento climatico (tipo l’autoproclamato esperto cantonticinese Michele Fazioli). Alla faccia pure di coloro che vorrebbero aiutare i richiedenti d’asilo “a casa loro”, fingendo di non sapere che il problema per questi disperati consiste proprio nel rimanere nel proprio Paese d’origine.

La storia surreale di Ioane risuona come un monito. La bandiera delle Kiribati ci appare ora come un presagio: non è il sole che sorge sul mare, bensì l’oceano che inghiotte gli atolli corallini. La storia triste di Ioane – a cui la giustizia neozelandese non ha riconosciuto il diritto all’asilo perchè “Teitiota non corre un grave pericolo nel suo Paese natale” – ci insegna che, in questo luglio bollente, le nostre preoccupazioni dovrebbero essere altre. Che, pur se ci appaiono distanti mille miglia dalla nostra realtà oppure decisamente troppo complessi e globali per essere affrontati localmente, questi problemi verranno comunque a bussare alla nostra porta. La canzone di Ioane, cantata dalle sirene attorno alle isole del domani, ci racconta che non possiamo sottrarci al confronto con queste problematiche, perché, presto o tardi, potremmo trovarci anche noi nello scomodo ruolo di “rifugiati climatici”.

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