Raghad

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di Lisa Bosia Mirra

Tarek, mio marito, ha una nipote, figlia di sua sorella, che si chiama Raghad e ha 11 anni. 11 anni prorpio come quell’altra Raghad, quella morta lungo la traversata per coma insulinico.

La nostra Raghad vive a Londra, ha i capelli rossi e due occhi nocciola che incantano. È una ragazzina calma e serena che ama preparare dolci e dolma, i tradizionali involtini di foglie di fico riempite di riso, con la mamma, le zie e le sorelle Iman e Nadà. La sua famiglia è curda irachena: fuggiti dall’Iraq 14 anni fa, inizialmente hanno cercato rifugio in Giordania, dove avevano pensato di stabilirsi, e poi, dato che non era possibile ottenere lo status di rifugiati, dopo un lungo periplo attraverso le montagne turche e numerose frontiere europee sono arrivati in Olanda, dove sono rimasti alcuni anni e dove Raghad è nata. Infine hanno potuto raggiungere il resto della famiglia in Inghilterra e oggi, a distanza di 10 anni, sono cittadini britannici. Raghad non ricorda nulla della sua terra di origine e parla inglese più volentieri che curdo.

L’altra Raghad non parlerà più nessuna lingua, né l’arabo, né il tedesco, né l’inglese, la sua voce persa per sempre nella profondità del mare. Quarta di sei sorelle, affetta da una grave forma di diabete, aveva lasciato Aleppo nel 2013 con i genitori Hasoun e Nailà, per cercare rifugio in Egitto dalla distruzione della guerra siriana. Ma gli ultimi mesi, nel caos egiziano tra rivoluzione e restaurazione, l’ostilità nei confronti degli stranieri si era aggravata. “Noi siriani siamo stati messi nel mirino. Non potevamo più restare. Avevo paura per le mie figlie. E neppure al Cairo, la città che avevamo scelto per vivere, c’era la possibilità di curare al meglio Raghad. Così avevo pensato di raggiungere la Germania. Volevamo provare con le cellule staminali”: questo ha raccontato il padre agli inquirenti una volta sbarcato in Sicilia. Giorni difficili trascorsi a cercare un passatore sicuro, a racimolare il denaro per partire, ad assicurarsi che tutto fosse a posto, in particolare la scorta di insulina per la figlia malata, lunghi capelli castani, una ragazza tranquilla e studiosa. Raghad e la sua famiglia si sono imbarcati dalla spiaggia di Alessandria sotto la minaccia dei fucili dei passatori: o sali sul barcone o ti sparano sul posto. Portavano la scorta di insulina e i macchinari distribuiti in due zainetti. Nessun altro bagaglio: solo i documenti e i soldi avvolti nella plastica e cuciti nella tasca interna del giubbotto del padre. La paura accompagnata dalla speranza in una vita migliore, in scuole migliori, in un futuro non semplice, certamente, ma con la prospettiva di costruire una vita nuova, una vita possibile. Sul barcone erano in tanti, troppi, e gli scafisti non erano gli stessi con i quali Hasoun aveva contrattato il bagaglio speciale, necessario alla salvezza della figlia. Il primo zainetto è finito subito in acqua, il secondo subito dopo, strappato dagli scafisti dalle mani della mamma Nailà e buttato in mare. Hasoum e Nailà hanno urlato, si sono disperati, lo hanno ripescato ma ormai era inservibile, fiale e macchinari compromessi. Raghad è morta nel quinto giorno di navigazione dopo una notte di agonia. È scivolata nel coma insulinico e niente, non il viso rigato di lacrime della madre e delle sorelle, non lo sgomento del padre, la disperazione, hanno impedito che il dramma si consumasse. “Baba, baba, baba”, sono state le sue ultime parole, “Baba, salvami”. Il padre Hasoum non si dà pace: suo compito era proteggere quella figlia che nel sesto giorno ha invece dovuto affidare al mare, per evitare che il corpo si decomponesse lì, sul barcone, sotto lo sguardo delle cinque sorelline e degli altri viaggiatori attoniti e impotenti. Gli scafisti assassini pensavano di farla franca, di potersi nascondere tra gli altri migranti. Invece sono stati individuati e saranno processati per omicidio volontario, ma sono i sacrificabili: i capimafia della migrazione restano al sicuro, protetti dall’omertà e dalla difficoltà nel far applicare i trattati internazionali di arresto e di estradizione. Hasoum e Nailà ora devono prendere una decisione difficile: devono decidere se proseguire il viaggio o fermarsi in Italia per rendere testimonianza al processo degli assassini della figlia.

Quando ti occupi di migrazione pensi che non ci possa essere storia peggiore di quella che hai appena ascoltato, ma sei continuamente costretto a ricrederti. Le morti in mare sono strazianti per la loro inutilità, perché queste persone potrebbero essere salvate: non è il caso che le uccide, ma la mancanza di volontà politica nell’aprire dei corridoi umanitari. Togliere il business dalle mani degli scafisti dovrebbe essere una priorità. Consentire alle persone che fuggono dalla guerra di raggiungere in sicurezza l’Europa è l’unica strada possibile. Ma siamo sordi e ciechi di fronte ai drammi che si consumano quasi quotidianamente: è di mercoledì la notizia dell’ennesimo naufragio, il cui numero di vittime non è ancora stato stabilito con certezza. E questo fa ancora più male: l’incapacità di comprendere l’eccezionalità della situazione e la necessità di permettere a chi fugge dalle guerre di trovare rifugio e protezione.

Ma non è un discorso politico quello che voglio fare qui. Questo è solo un omaggio a questa piccola profuga, morta in mare per mano di due assassini e dell’indifferenza del mondo. Una piccola sirena nel profondo mare. Sarebbe potuta essere mia nipote, sarebbe potuta essere vostra nipote. E mi si scusi se della migrazione faccio una questione personale: per me è una questione personale. E con certa gente, con chi alimenta le paure e aizza il razzismo, con chi dice “Aiutiamoli a casa loro” e si rallegra per i barconi che affondano, non voglio avere niente a che fare, non voglio condividere nulla.

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