Un’offerta di terra e acqua

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Di

20150727stephani

di Andrea Stephani

Ghe kai hydor: in greco antico significa “terra e acqua”. Questa era la richiesta che l’Impero persiano sottoponeva alle città greche e ai popoli conquistati in segno di sottomissione alla dinastia achemenide. L’offerta simbolica di terra e acqua rappresentava una resa incondizionata e la rinuncia delle popolazioni sottomesse ai propri diritti sul terreno e su tutto ciò che da esso veniva prodotto. L’espressione ci è stata tramandata dallo storico Erodoto ed è talmente radicata nella cultura ellenica che ancora oggi la locuzione “terra e acqua” significa arrendersi di fronte a un invasore.

Così come fecero Dario e Serse con le polis greche, i satrapi moderni (imprenditori e politici, ormai corrotti dalla tossicodipendenza da asfalto) chiedono alle nostre comunità di cedere la propria terra e la propria acqua in cambio di investimenti e compensi più o meno lucrativi. Reclamano il proprio diritto quasi divino di consumare il suolo per edificare capannoni di nessun valore (Vacallo, Stabio, Genestrerio, Novazzano) e complessi residenziali (Mendrisio) che nascondono unicamente speculazioni edilizie. Bramano l’acqua dei nostri fiumi in cui riversare miasmi, veleni e idrocarburi (Pozzo Polenta) e l’acqua potabile da trasformare in una merce da vendere al miglior offerente, controllando e regolando l’offerta idrica.

Allora come oggi, però, quella che potrebbe sembrare come una richiesta volta a scongiurare un’eventualità peggiore (nel caso dei Greci, la guerra) si rivela per quello che realmente è: l’ultimatum di una potenza tirannica ed egemone (nel nostro caso, la logica della crescita). Di fronte all’avanzata inarrestabile del più grande esercito che la storia abbia mai conosciuto, ettari di terra vengono barattati con una borsa piena di monete d’oro e, a volte, d’ottone.

Il suolo è una risorsa non rinnovabile essenziale per la nostra esistenza poiché “produttore di cibo, regolatore di emissioni di gas serra, sede di almeno un terzo della biodiversità terrestre, (…) e che trattiene inoltre l’acqua piovana, alimentando le falde e producendo acqua potabile” (Maurizio Pallante). Ma il suolo viene sacrificato sull’altare del profitto. Si finge di non sapere che l’antropizzazione del territorio e l’eliminazione di spazi verdi provoca sempre alterazioni biofisiche con impatti locali e globali, mina l’equilibrio ambientale e influisce persino sull’aumento delle temperature.

Allora come oggi, quando i satrapi ci chiederanno “terra e acqua”, la risposta non può essere che una sola: la lotta senza quartiere per affermare che, allora come oggi, esiste qualcosa che vale più di tutte le cospicue borse d’oro persiano.

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