Contestualizziamo Galimberti e l’UDC

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Di

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della Redazione

Non accenna a diminuire il tormentone di Corrado Galimberti, l’addetto stampa dell’UDC pizzicato in flagranza di razzismo per un post su Facebook e ampiamente sputtanato da una veloce ricerca nei suoi post precedenti, sia sul social network sia su Twitter. Bellamente “scaricato” dai dirigenti del suo partito, in tremendo e misterioso imbarazzo come se avessero scoperto tutto solo ora, Galimberti viene intervistato da Legatv e spiega che no, il suo non è razzismo e lui è stato solo frainteso. Poverino, fa quasi compassione nel suo estremo tentativo di free climbing sui vetri per salvarsi la fonte della pagnotta.

Ma il giornalista lo tampina anche sulle altre sue affermazioni razziste. Com’è la storia dei cinesi “merde mangiacani”, dei “subumani” e delle “razze inferiori” e del napalm sui vietnamiti? Sicché Galimberti, anima candida, chiarisce: “Vorrei che certi commenti fossero contestualizzati prima di essere giudicati”. Ah, ecco: contestualizzati. Già ieri Gabriele Pinoja, intervistato a caldo da “20 Minuti”, aveva invitato a “contestualizzare”. Allora dai, contestualizziamo tutto. Contestualizziamo Mussolini, Hitler, Franco e anche Pinochet. Poi, per rispettare la par condicio, contestualizziamo pure Stalin, Mao e Pol Pot. Siccome non vogliamo farci mancare nulla, contestualizziamo perfino al Qaeda e l’ISIS. Tanto col contesto si spiega tutto, giusto?

Come se contestualizzare giustificasse ogni nefandezza. Così Galimberti chiarisce ancora: la sua reazione rabbiosa si spiega con uno sdegno alimentare. Proprio così: lui s’indigna per il trattamento abominevole subito da poveri animali in quei Paesi lontani dove vivono “merde”, “subumani” e quant’altro. Sebbene atroci (e su questo non si discute, eh!), quelle usanze lui proprio non riesce a contestualizzarle. Lui contestualizza solo quel che gli garba. Perciò s’incazza, il povero Galimberti, vittima delle proprie reazioni rabbiose (ma cos’è?… un riflesso pavloviano?). Contestualizziamogliele, dai.

Galimberti dovrebbe però spiegare anche altre cosette sfiziose nei suoi profili Facebook e Twitter. Cosette documentate dal GAS per i lettori. Alcune si riferiscono al trattamento degli animali e – possiamo presumere – Galimberti le spiegherà nello stesso modo. Certo però che “Belli i tempi in cui sparavano ai giornalisti” e “(…) il cancro renderà giustizia” sono difficili da digerire. Oppure bisogna contestualizzare pure queste?

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Ma vabbe’: Galimberti – lo abbiamo capito – è un tipo sanguigno, istintivo e impetuoso. Più difficile è però giustificare i numerosi riferimenti ai “terroni” italiani.

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E soprattutto la simpatica definizione dell’ebraismo come “religione olocaustica” o la comprensione per un poveraccio di 93 anni portato in tribunale “solo perché è un ex nazista”.

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Allora, cari dirigenti dell’UDC, contestualizzateci un po’ questo schifo, adesso. Se possibile senza tirar fuori le povere bestioline. Ma soprattutto non venite a raccontarci che, poveretti, non sapevate: nell’elenco dei follower di Galimberti su Twitter ci sono pure l’account ufficiale dell’UDC, quello dei Giovani UDC e quello di Pierre Rusconi. Vi eravate un po’ distratti?

Intanto, mentre voi contestualizzate sereni e vi fate spiegare tutto per benino da Galimberti (e poi magari spiegate anche noi), noi raccogliamo le firme per la denuncia. Perché ha da finire, ‘sto schifo.


P.S.: Galimberti si lancia anche in una divertente filippica su “negro” e “nero”. “Io l’italiano lo conosco”, spiega. “E in italiano si dice “negro” non “nero”, che è un aggettivo”. Ora, potremmo spiegargli il meccanismo della sostantivazione. Potremmo ricordargli che anche “negro” è un aggettivo. Ma facciamo prima e citiamo l’autorità massima nella lingua italiana, cioè l’Accademia della Crusca:

“Quale che sia l’opinione rispetto al movimento del «politicamente corretto» e alle sue rivendicazioni, è stata probabilmente questa maggiore attenzione all’uso delle parole (e alle loro ripercussioni sociali, con l’innescarsi di atteggiamenti di stigma, o di fenomeni di interdizione), seppur indotta, ma suscitata non a caso nei decenni in cui il fenomeno dell’immigrazione ci ha messo di fronte alla presenza dell’«altro», a far sì che negro, oggi, appartenga ormai alla sfera del vituperio. Perché è nella prassi che negro è generalmente avvertito dai parlanti come offensivo, discriminante: sia da chi lo utilizza, consapevolmente, per insultare (ad esempio, in binomi lessicali pressoché fissi come «sporco negro», «negro di merda»), sia da chi lo riceve, come epiteto (cfr. J. Butler, Parole che provocano, Milano, 2010; Federico Faloppa, Razzisti a parole (per tacer dei fatti), Laterza, 2011, pp. 17 sgg.). E sia da chi, pur obiettando che esso è etimologicamente giustificato, e sottoposto a censura solo per motivi di fastidiosa pruderie linguistica, avverte la necessità di sostituirlo con nero, consapevole tanto delle connotazioni legate storicamente a negro quanto delle norme sociali che ormai ne regolano l’uso. Certo, sarebbe bene – come sempre, in fatto di lingua – non prescindere dai contesti, dalle intenzioni del parlante, o dai tratti sovrasegmentali (come l’intonazione). Ed evitare, in ogni caso, tentazioni censorie o posizioni isteriche (come quella di quel tale che un giorno – il racconto è autentico – in piscina sentì un ragazzino che urlava «negro, negro», gli si avvicinò indignato per rimproverarlo, e si sentì rispondere: «ma sto chiamando il mio amico: si chiama Negro di cognome»). Tuttavia, negro resta indubbiamente un termine problematico: occorre tenerne conto.”

Quindi no, Galimberti, l’italiano non lo conosci bene quanto ti vanti. Ma questo è il meno, davvero.

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