In Tunisia con la Panda

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di Artichoke

La Panda è la madre di un mio ex compagno di scuola. La chiamerò “Panda” per la stazza e l’uso smodato del nero nell’abbigliamento, occhiaie comprese. La Panda è una creatura curiosa, innamorata della cucina orientale e del buon cibo, con un rapporto odioso con sé stessa, sicché tutte le persone che esteticamente le somigliano diventano specchio del proprio autodisprezzo.

Qualche tempo fa la Panda ha acquistato una casa in Tunisia, nell’entroterra, per uno sputo o poco più. Doveroso dopo qualche tempo di frequentazione è l’invito per le vacanze di famiglia nella sua oasi esotica, e lei inizia a narrare del luogo per invogliarci mentre si ingozza di foglie di bambù.

Il racconto si spacca in due: uno sembra fatto dalle macchie bianche e l’altro dalle macchie nere.

Il più abbondante, quello delle macchie nere, dipinge un Paese pieno di miseria e fame, trascurato, dove bisogna camminare con le tasche sigillate, le valigie abbracciate. Le condizioni sanitarie sono una rovina, i ristoranti sono sporchi, i beduini sono malevoli e intolleranti e cercano di fregarti sfruttando la loro lingua cantilenante e le loro tradizioni per noi del tutto aliene.

Poi parlano le macchie bianche: il paesino dove la Panda ha la casa è incantevole, fiorito. Tutto costa poco, ma i locali sono accoglienti, generosi, offrono molto senza chiedere granché in cambio, aspettano ogni anno il loro arrivo per quei mesi con trepidazione preparando cene e accoglienze come per parenti lontani che finalmente tornano, fanno trovare la casa pulita e coi fiori freschi sui tavolini. Perché la Panda e i suoi parenti, da bravi Svizzeri all’estero, hanno una donna delle pulizie in loco che ha le chiavi per la manutenzione e le faccende e fa trovare la dimora perfetta. “Sono brava gente, poverini”, dicono le macchie bianche a fine discorso.

E subito dopo proseguono le macchie nere: “Ma solo loro, che li conosco, so che non sono come il resto della gentaglia”.

Siamo alle solite, insomma.

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