Alessio va a scuola

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Di

20150927bernasconi

di Carol Bernasconi

faccinaGASbernasconiCi sono tappe obbligate nella vita di ognuno di noi. Una di queste è l’inizio della Scuola elementare. Ricordo molto bene le parole di Alessio a giugno: “Non vedo l’ora di andare a scuola per poter fare casino”. Io e mio marito ci siamo guardati per qualche minuto, perché conoscendo nostro figlio non avevamo dubbi sul fatto che stesse dicendo la verità. Mio marito è stato il primo a riprendersi dallo shock, esclamando: “Da settembre abdico dal ruolo di padre! Sappiatelo”.

Inutile dire che, più si avvicinava il primo giorno di scuola, più sentivo una certa ansia crescere. Poi, finalmente, arriva lunedì 31 agosto. La sera prima prepariamo la cartella insieme. “Ecco, Alessio, qui ti metto l’astuccio, qui invece la mappetta, le pantofole, il sacchetto della ginnastica…”, Alessio nel frattempo continua a giocare con le sue automobili come se niente fosse, mentre io parlo da sola.

Lunedi mattina le docenti accolgono i bambini sulla porta. Ognuno toglie le scarpe, infila le pantofole e si siede al proprio banco. Tutti? No, tutti tranne Alessio, che si siede al banco con la cartella sulla schiena e le scarpe ai piedi, per poi toglierle con un gesto armonioso lanciandole sotto il banco e rovesciando tutto il contenuto della cartella per terra alla ricerca delle pantofole. Assisto a questa scena ammutolita, mi giro verso la docente e con un sorriso dico: “È tutto tuo”.

Il primo giorno lo aspetto sul piazzale. Tutti escono, Alessio no. Dopo 20 minuti dalla fine delle lezioni, eccolo apparire… “Scusa, mamma, non avevo capito che si poteva andare a casa”.

Durante le prime due settimane di scuola Alessio riesce a dimenticare quattro felpe, il sacchetto della ginnastica, gli occhiali di riserva e la scatola della merenda (con la merenda), ricordandosi finalmente di riportare a casa le cose tutte in una volta.

Il discorso merenda invece merita una menzione tutta sua, perché senza non si può andare a scuola. E non sempre si riesce a resistere fino alla ricreazione, a volte nemmeno fino all’arrivo in classe. Allora ci si nasconde dietro le scale, mentre la mamma aspetta per salutarti – ma tanto lo scopo della vita di una mamma è proprio quello di aspettare – si apre la scatola dell’uva e si cerca di mangiarne il più possibile prima che suoni la campanella dell’inizio delle lezioni. Oppure, scendendo le scale alla fine della scuola, la ormai famosa scatola cade dalle mani e si apre, così la merenda si sparge per tutte le scale. E, mentre tutti i bambini gli passano accanto sfrecciando perché possono andare a casa, Alessio si siede per terra, raccoglie uno alla volta i suoi cracker, ci soffia sopra un pochettino e se li mangia con gusto. E con calma.

Venerdì scorso invece Alessio esce sul piazzale dove lo sto aspettando, mi bacia velocemente perché sta già programmando di rimanere a giocare con i suoi amici e mi consegna il sacchetto della ginnastica. All’interno ci trovo solo una scarpetta. Allora lo richiamo e gli chiedo dove sia finito il resto dei vestiti. Senza scomporsi troppo, lo vedo ritornare a scuola, ripercorrere i propri passi e come Pollicino raccogliere da terra la scia di vestiti che aveva perso per strada, occhiali compresi. Ritorna sul piazzale, me li porge, mi sorride e se ne va a giocare.

Perché per lui il mondo va così, al suo ritmo. E io sotto sotto lo invidio pure un po’.

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