La creazione legale di illegalità

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Di

20150727pandemonium

di Pandemonium

Ecco alcuni elementi da inserire in un più amplo dibattito sul razzismo, che – si badi bene – non è solo ignoranza: è un’ideologia e visione del mondo che a mio avviso fa comodo a molti che sia ancora vivida e vitale.

  1. I migranti non si possono espellere.
    Mi dispiace darvi questa triste e mesta notizia, ma non credo ci sia un solo Stato che abbia la forza materiale, politica ed economica per fermare buona parte della propria produzione, espellere i migranti con la forza e rimanere congelato fino a nuove assunzioni. Se andate da qualsiasi politologo vi guarderà e si farà grasse risate. Ci vorrebbe un dispiegamento di forze e di mezzi con un costo effettivo e indiretto (immaginatevi quante industrie bloccherebbero la propria produzione) non sostenibile.
  2. Coloro che cavalcano l’odio razziale lo sanno benissimo
    Quelli che propugnano leggi severissime, reati di clandestinità, espulsioni, impacchettamenti, aerei militari usati come taxi eccetera sono consapevoli che non si possono espellere i migranti. È palese dall’incisività delle loro manovre in relazione ai flussi migratori. Il peggio che riescono a fare è creare una strettoia per un flusso in costante crescita. Siamo razionali, signori miei: i flussi migratori non si fermano, è impossibile, nessuno ci è mai riuscito. Non ci è riuscito nemmeno il colosso americano con la creazione di quell’immenso deposito di vite umane che era Ellis Island. Non ci è riuscita la Svizzera quando denudava gli Italiani per gli esami della tubercolosi. Basta prendere in mano le statistiche: nessuno li voleva eppure sono entrati a migliaia.
  3. Diminuire il flusso non vuol dire fermare la migrazione.
    E allora? A chi serve tutto ‘sto ambaradan? A cosa serve restringere il flusso e rendere più difficile entrare e quasi impossibile rientrare? A chi servono le leggi speciali, le emergenze immigrazione, le notizie di stupri di massa operati in pieno giorno e davanti a tutti da parte di individui irriconoscibili e introvabili ma sicuramente non autoctoni? Io sono malizioso. Rileggendo la situazione in un’altra ottica, a me sembra che queste notizie, queste manovre, queste leggi non facciano altro che indebolire la già fortemente precaria posizione dei nostri compagni migranti. Secondo un vecchio adagio che vuole chi migra parecchio interessato a rimanere nel posto dove si trova, il nostro amico migrante, nel veder aumentare la possibilità di una fantomatica espulsione, un restringimento dei flussi in entrata e quindi l’impossibilità di ritornare nel caso perda il “posto”, si ammala di una malattia abbastanza comune nel secolo della precarietà: la paura. E la paura fa brutti scherzi. Per esempio, fa in modo che la prossima volta che dovrai negoziare un contratto tu abbassi ulteriormente le tue pretese, che se ti vengono chiesti degli straordinari tu non ti tiri indietro nel compiere “liberamente” l’atto del tuo supremo sfruttamento. Un meccanismo della porta girevole, per cui chi entra è disposto a svendere la propria forza lavoro e chi è rimasto vuole tenere stretto il briciolo di salvezza che si è guadagnato. Per qualcuno che viene espulso in maniera sporadica e rara non ci sono problemi, tanto c’è sempre qualcun altro disposto a prendere il posto del malcapitato di turno che diventa l’esempio, l’impiccato alla forca in mezzo alla piazza. Il monito oscuro del modo in cui gli interessi economici di chi possiede i capitali verranno sempre tutelati, alla faccia di chi quella ricchezza la produce ogni giorno con la forza delle braccia, l’ingegno della mente e la determinazione negli occhi. Marx così rispondeva ai liberali dell’Ottocento che inneggiavano al capitalismo come al liberatore dell’umanità da quelle relazioni di dipendenza al signore e alla famiglia: “Nel capitalismo si è liberi di morire di fame”.

La mia è solo una riflessione eh, non ci sono conclusioni.

“Ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso.”
– Fabrizio De André

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