Le parole sono importanti

Di

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di Lisa Bosia Mirra

Due parole destano in me raccapriccio ogni volta che giungono al mio sensibile e ipercritico orecchio. Due paroline utilizzate con disinvoltura ma impropriamente. Lasciando stare il variegato mondo (variegato è il gelato, il mondo al limite è variato, variopinto, eterogeneo), mi lancio in una crociata per la lingua italiana su due termini che vorrei veder sparire, associati entrambi al variopinto, appunto, mondo dell’intercultura.

La prima, va da sé, è l’orrendo aggettivo “clandestino”, che praticamente tutte le testate giornalistiche affibbiano indiscriminatamente a chi fugge dalla guerra. “Clandestino” è un termine dalla forte connotazione politica. L’Accademia della Crusca ci dice che, pur essendo sempre esistito nell’accezione di segreto (un matrimonio clandestino, per esempio), è il Decreto legislativo n. 286 del 1998 della legge Turco-Napolitano, che contempla per primo l’aggettivo “clandestino” nell’espressione “immigrazioni clandestine”. Ma è soprattutto la legge Bossi-Fini del 2002 che ha “promosso” l’immigrazione clandestina a reato e ad aggravante di qualsiasi altro reato: ciò significa che fino alla sua recente abrogazione era considerato fuorilegge non solo chi si trovava in Italia e aveva il permesso di soggiorno scaduto (detto anche “clandestino irregolare”, dove sarebbe più corretto dire “migrante” o “immigrato irregolare”, perché in questo caso si sta contravvenendo a un regolamento), ma acquisivano immediatamente questo “marchio di illegittimità” tutti quei cittadini extracomunitari che, entrati nel territorio italiano senza visto d’ingresso e prima ancora di poter chiedere, ad esempio, il diritto di asilo o veder riconosciuto lo status di rifugiato, venivano identificati dalle forze dell’ordine.

Il “pacchetto sicurezza” ha cambiato l’utilizzo che nei media viene fatto di questo termine fino a portarlo a un dilagante eccesso, per cui non si esita a definire clandestini anche i cadaveri recuperati nel Mediterraneo, persone morte prima ancora di entrare nelle acque territoriali o nel territorio italiano e quindi difficilmente definibili ancora come “irregolari”. O a titolare una notizia con l’espressione “cimitero di clandestini” per riferirsi a un cimitero di Scicli dove sono stati sepolti “migranti ignoti”, morti durante la traversata del Mediterraneo. O ancora a definire clandestini o immigrati illegali i profughi che tentano in ogni modo di lasciare le situazioni di conflitto.

“Profughi” è l’unico termine corretto ed è stato scelto dal direttore delle news di Al Jazeera, Salah Negm, che per “ragioni di accuratezza” abbandonerà i termini di “immigrazione clandestina” e il termine “migranti”. “Consideriamo questi termini impropri per descrivere le migliaia di persone alla deriva nel canale di Sicilia o ammassate alla frontiera con la Macedonia”, ha dichiarato negli scorsi giorni. Ecco, credo che, se lo fa Al Jazeera, pure i nostri giornali potrebbero fare uno sforzo e adeguarsi.

La seconda parola da immediata crisi di nervi è “etnia” o “etnico”, associato di volta in volta a un gruppo sociale, al cibo, al vestiario. Il significato e l’utilizzo di “etnia” (“etnico” di conseguenza) sono controversi, sebbene se ne possa dare una definizione relativamente semplice: “si identifica con il termine etnia una comunità caratterizzata da omogeneità di lingua, cultura, tradizioni e memorie storiche, stanziata tradizionalmente su un determinato territorio”. Identificare nel mondo reale un’etnia è tutto un altro paio di maniche. Anzi, è un’impresa pressoché impossibile.

L’antropologo francese Jean-Loup Amselle ritiene che il concetto di etnia vada decostruito, perché il termine etnia può avere diversi significati e il suo valore è via via diverso a seconda del contesto in cui si usa. Analoga posizione esprimono altri autori per i quali una caratterizzazione etnica varia in ragione degli elementi che si prendono in considerazione. Per fare degli esempi concreti, una certa popolazione può abitare un determinato territorio ma parlare lingue diverse o praticare religioni differenti. Viceversa si può praticare la stessa religione, condividere gli stessi miti fondatori e la stessa lingua ma abitare in luoghi molto differenti. In Ticino abbiamo per esempio tante persone che parlano italiano ma professano religioni diverse, oppure altre persone che professano la stessa religione ma parlano lingue differenti.

Il concetto di etnia aveva senso quando la mobilità umana era ridotta e le persone vivevano in gruppi chiusi estremamente coesi. Oggi è assai più difficile darne una definizione univoca. Tanto per dire: come la mettiamo con l’etnia ticinese? Esiste? E la cucina etnica ticinese? Gli Schwitzerdütsch che abitano il Ticino sono una sottoetnia oppure fanno parte dell’etnia svizzero-tedesca e li consideriamo immigrati? Se con gli anni hanno imparato a fare la polenta con i funghi, come la mettiamo? Usiamo “etnico” sempre per definire l’altro, ma è quando ci riferiamo a noi stessi che ci rendiamo conto di quanto sia improbabile, se non impossibile, identificare un’etnia.

La saggista e antropologa italiana Annamaria Rivera con i suoi studi ha rivelato come nel termine “etnia” ci sia una connotazione negativa, come nasconda un pregiudizio e come in taluni casi vada a sostituire il termine più spregiativo di “razza”. L’uso di questo termine nasconde numerose insidie e andrebbe quindi definito prima di essere utilizzato.

Come fare quindi per definire un determinato gruppo sociale? Ecco, utilizzando proprio la locuzione “gruppo sociale”, più vago, certo, ma più corretto e riferibile a qualunque popolazione, omo o eterogenea: il gruppo sociale dei ticinesi, dei cinesi, dei nordafricani, dei bantù, dei rastafariani e chi più ne ha, più ne metta. Cultura, non verdura.

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