Maurizio Canetta: “Non staremo fermi ad aspettare”

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di Jacopo Scarinci

faccinaGASscarinciChe per la RSI non sia un momento facile è fuori di dubbio. Che sia presa in un fuoco incrociato di critiche pure. Ma che sia davvero una televisione di cattiva qualità, come vogliono far credere i suoi critici, è tutto da dimostrare. Noi abbiamo voluto discuterne con Maurizio Canetta. Che, da direttore, ha cambiato un’altra antica abitudine dell’azienda e, se la RSI si trova coinvolta in qualche polemica, non esita a prendere posizione.

A distanza di tre mesi si è fatto un’opinione più precisa e particolareggiata sull’esito avuto in Ticino dal voto sul nuovo canone?

Resto convinto che il motivo principale del No ticinese risieda nel “rifiuto di un nuovo balzello”, come recitava la campagna contraria alla revisione, e che non si è trattato di un voto di sfiducia verso la RSI. I risultati dell’analisi Vox, cioè lo studio sulle ragioni del voto che la cancelleria federale commissiona al GsF dopo ogni consultazione, confortano questa tesi, visto che il 73% di tutti i votanti e anche il 63% di chi ha detto di No si dichiara contento della SSR. Cifre direi significative. Come sempre di fronte a un voto popolare si mescolano però molti fattori, e certo una parte dell’elettorato ha messo nell’urna anche un po’ di malessere nei confronti della RSI. Noi vogliamo andare a fondo e, insieme con la CORSI, abbiamo commissionato all’Università di Losanna uno studio specifico sulla Svizzera italiana. Se ci risentiamo quando avremo i risultati dello studio, avrò qualche risposta in più.

Tra i Ticinesi si nota una crescente disaffezione nei confronti della RSI: lo certificano i recenti dati sullo share. L’offerta di canali italiani sempre più ampia e l’assenza di eventi sportivi quest’estate hanno di certo avuto un peso. Ci sono altre motivazioni, secondo lei? L’azienda finora cos’ha fatto per provare a invertire la rotta?

I fattori essenziali sono quelli che lei indica. Il numero dei canali a disposizione è ormai esploso. In molti casi sono reti tematiche, da Iris a Real TV, che catturano piccole nicchie di pubblico. La loro somma però è in crescita e questo fenomeno contribuisce a frammentare molto il mercato. Nella Svizzera italiana poi abbiamo vissuto anni in controtendenza: il consumo di televisione tendeva ad aumentare, mentre nel resto dell’Europa accadeva il contrario. Nel 2014 RSI La1 è stato il canale che in Europa ha raggiunto il miglior risultato in termini di ascolto sulle 24 ore. La contrazione è naturale. Questo non significa che dobbiamo stare fermi ad aspettare che passi la tempesta. La RSI propone una percentuale piuttosto bassa di produzione propria: poco meno del 20% contro il 70%, ad esempio, di ARD. È indice di scarsità di risorse, perché un film, un documentario o una serie televisiva d’acquisto costano dalle 5 alle 10 volte meno di un programma prodotto in proprio. Dobbiamo quindi cercare di trovare le risorse per proporre nuovi programmi “fatti in casa” attraverso una revisione delle modalità di produzione. In poche parole: produrre a costi più bassi per portare novità. Per l’autunno abbiamo cambiato il format di “Piattoforte”, che si chiamerà “Cuochi d’artificio”, allargando i temi e inserendo più servizi. Metteremo sul mezzogiorno un gioco, “Pausa pranzo”, che coinvolge le aziende e nel quale la sfida è più che altro un pretesto per raccontare le storie di persone che lavorano insieme. Trasmetteremo in dicembre “Papablog”, una sit-com che raccoglie l’eredità di “Affari di famiglia”, ma con una durata di 8 minuti per puntata, che andrà per 20 giorni nello spazio del “Rompiscatole”. Inoltre contiamo sul consolidamento di “Tempi moderni”, il magazine economico partito in gennaio. Dobbiamo riuscire a “muovere” il palinsesto, pur facendo i conti con risorse limitate, se paragonate a quelle dei nostri grandi concorrenti.

Da buona parte della politica, da un po’ di tempo a questa parte, stanno arrivando solo critiche. Pensiamo alla polemica fatta partire da PPD e Generazione Giovani a seguito del dibattito elettorale prima delle cantonali, al trattamento settimanale ricevuto da “il Mattino”, a dichiarazioni di esponenti di peso come Quadri e Regazzi. Come si spiega tutto questo?

Campagna elettorale per le Cantonali, campagna elettorale per le Federali, campagna elettorale per le Comunali tutte d’un fiato: questo le dice qualche cosa? Al di là di donne e uomini politici che su questo tema si profilano con relativa facilità, c’è un sentimento diffuso e costruito nel tempo da campagne martellanti di sospetto e avversione per quelle che sono ritenute “élite privilegiate”. I funzionari pubblici, i giornalisti, meglio se del servizio pubblico, i professionisti subiscono questo effetto e sono criticati a prescindere, soprattutto in un momento in cui appaiono segnali di difficoltà economica. Poi, se guardiamo bene, abbiamo cifre di disoccupazione che farebbero felici tutti i nostri vicini, ma la contrazione del livello di vita è comunque e logicamente percepita come un’ingiustizia. Che le critiche arrivino è legittimo e sacrosanto: siamo un servizio pubblico, abbiamo dei doveri da rispettare, non siamo perfetti. Se consideriamo però che ogni giorno trasmettiamo in radio, in tv e sul web milioni di parole, gli errori o le imprecisioni, beninteso tutti da evitare e correggere, sono relativamente pochi. Poi ci sono le accuse, spesso generiche, di partigianeria o di scarso equilibrio, che secondo me dipendono soprattutto dalla lettura soggettiva che ognuno fa della realtà. A me piace ragionare sui fatti e su elementi concreti.

Il “Corriere del Ticino” e il gruppo MediaTi non sono stati teneri con voi: editoriali al vetriolo, atteggiamenti non propriamente di apertura, lo “scippo” di Kubi Türkyilmaz sono tutti segnali che questa non sia semplice concorrenza editoriale, ma che dietro ci sia dell’altro. È così?

Metterei le cose su piani diversi. Quello di Kubi non è stato uno scippo, ma un’offerta che lui ha accettato. Ci dispiace, ma va benissimo, la concorrenza è fatta anche di storie che si chiudono, di cambi di maglia. Per me è un segnale addirittura positivo, ci dice che dobbiamo stare all’erta. Kubi resta un pezzo della nostra storia, l’abbiamo ingaggiato, ci ha dato molto, abbiamo contribuito a costruirgli una bella professionalità. Adesso commenterà per un’altra emittente le partite che guarderà sulla RSI. Le scelte editoriali del “Corriere del Ticino” sono frutto dell’innalzamento del livello della concorrenza e fanno parte del gioco. Mi va bene tutto, ma chiedo solo che ci sia onestà intellettuale, che il pubblico sappia quali sono i presupposti di quel che viene scritto, conosca gli interessi in campo. Il fatto di dedicare due editoriali ai dati semestrali della radio è comprensibile, se è chiaro che è una scelta orientata, frutto di una politica commerciale ed editoriale che ha come scopo la riduzione del perimetro del servizio pubblico. Gli editori lo hanno sempre affermato apertamente, lo praticano con coerenza.

Nell’ultima edizione di “Per.Corsi” lei è intervenuto in prima persona a difesa della RSI, cosa che il suo predecessore Balestra non faceva. Come mai questo cambiamento?

Innanzitutto perché il clima si è inasprito e a lungo andare il silenzio rischia di essere percepito come assenso. Dino Balestra rispondeva agli attacchi o alle critiche quando superavano un certo livello di gravità. Di fronte a una campagna sempre più battente e orchestrata, penso che sia giusto prendere posizione. Ma lo ripeto: solo sui fatti, non sulle affermazioni di principio, che sono legittime e ovviamente libere, alle quali però dobbiamo rispondere con la qualità del lavoro che svolgiamo. Il moltiplicarsi delle prese di posizione critiche e delle accuse senza appello tende a creare nei lettori e nei fruitori dei media la sensazione che un problema sia più grave e profondo di quel che è. La percezione diventa realtà. Prendiamo l’esempio del voto del 14 giugno: tutti i commentatori hanno detto che è una sconfessione della RSI e della SSR. Nessun commentatore ha parlato dell’analisi Vox, che contraddice in gran parte quella tesi. Che cosa resta nell’animo di un lettore, se non ha la possibilità di mettere a confronto le situazioni? Naturalmente la domanda è retorica. E anche una bella lezione vissuta sulla nostra pelle, ci dice quanto sia pericoloso adagiarsi sul cosiddetto “mainstream”.

Cosa si sente di dire a una persona che tre mesi fa ha votato contro il nuovo canone e che adesso la sta leggendo?

Semplicemente che adesso pagherà un canone più basso, ciò che non è proprio disprezzabile, e che, se nel suo No c’era un senso di protesta verso di noi, vogliamo ascoltarlo e trovare il modo per convincerlo che alla fin fine non siamo proprio da buttar via.

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