Dalla frontiera dell’umanità

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Di

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di Lisa Bosia Mirra

Centinaia di profughi in movimento sulla rotta dei Balcani, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia attraverso i confini, le reti metalliche, la polizia a cavallo, il fango, il freddo e la fame.

Gente, tanta gente. Donne che portano fagottini di pochi mesi avvolti nelle coperte militari, anziani sostenuti dai figli, dai nipoti. Portano tutto il loro avere dentro gli zaini, le borse trascinate a mano, e formano lunghe colonne che camminano. Camminano, camminano, camminano. Questo camminare nonostante tutte le difficoltà è un’impressione che ti attraversa e svela l’evidenza: non li fermerà nessuno.

Rinchiusi dentro i campi, sotto la pioggia, mangiando cibo freddo lasciato lungo le strade dai volontari, senza dormire per ore, attraverseranno le frontiere e arriveranno dove li aspettano parenti e amici.

“Da dove vieni?”. “Da Raqqa”, mi risponde un uomo di 28 anni che quasi non si regge in piedi dalla stanchezza. “Lì dove l’ISIS sta tagliando le teste e le mani destre di chi non si conforma alla Sharia. Non pubblicate le mie foto per favore: la mia famiglia è ancora lì, rischiano di essere uccisi”.

Sono tanti a venire dalla Siria, da Homs, Aleppo, Bab Al Salam, Damasco, Raqqa. Tutta la Siria scappa. Lungo il cammino incontrano gli afghani, camminano insieme per lo stesso destino, con la stessa speranza e la stessa determinazione.

Gli afghani per noi sono rifugiati di serie B. Non considerati dalle misure straordinarie di ricollocamento e ricongiungimento familiare, arrivano in Europa dopo un viaggio lungo una vita. Bambini, tanti, con i loro occhietti a mandorla, i sorrisi sdentati, le manine fredde e le berrette calate fino a metà faccia. Un piccolo mi crolla tra le braccia addormentato non appena lo tocco.

Il “campo” di Berkasovo è gestito da volontari che arrivano da mezza Europa, anche dalla Svizzera. Da Locarno sono partiti Luca e Danilo, da Ginevra e Zurigo altri gruppi. Si fermano una settimana o dieci giorni e raccolgono l’immondizia, distribuiscono coperte, tè caldo, un gioco ai bimbi.

Adesso i profughi si fermano poco, sono in transito, ma quando il “campo” si è creato, quando la Croazia aveva chiuso il passaggio, qui sono rimaste circa 3’000 persone nel fango.

Immensa umanità che si esprime qui, ai confini serbo-croati, in tutta la sua grandezza.

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