In volo sul mare, a fondo nel mare

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Di

20151003bosia

di Lisa Bosia

3 ottobre 2013 – 3 ottobre 2015

Stiamo sorvolando il Mediterraneo, il Mare Nostrum. Già… torno in Africa, noblesse oblige! E quelli che invece vanno in Europa?

Me li vedo, al momento della partenza, tra le lacrime dei familiari, l’ultima visita alla tomba del nonno, per salutare e avere la protezione degli antenati. Le vedo, quelle mamme vestite di bianco, con un foulard sulla testa e sulle spalle, con i figli, partoriti tra le lacrime, che partono. A chiedersi: “Lo rivedrò? E quando lo rivedrò?”. E a non avere altra scelta che lasciarlo partire, quel figlio, quella figlia. Perché nel restare non c’è nessuna possibilità di riscatto, nessuna speranza. La vita possibile è al di là del mare, in Europa. In qualche grande capitale oppure nella campagna a lavorare.

“Parti, figlio mio. Resta, figlio mio. Portami con te, nel tuo cuore, sempre! Tu vivrai nel mio in eterno, qualunque cosa succeda. E torna, figlio mio, telefona, ché l’ansia di saperti lontano, tra genti straniere, m’attanaglia lo stomaco e non mi lascia dormire”.

Così sono partiti in 500 dal piccolo porto di Misurata. Stretti stretti, a farsi coraggio, a rubarsi persino l’ossigeno. I passatori degli animali senza alcuno scrupolo.

“È giunta notizia che tre giorni fa 13 dei nostri sono morti annegati a pochi metri dalla riva. Quegli animali li hanno buttati in acqua prendendoli a cinghiate. Fa paura, il mare. Tanti non hanno più dato notizie, ma essere uomini è anche questo: dominare la paura. Se lo può fare Abraham, che non ha ancora compiuto 16 anni, lo posso fare anch’io.
Eccoci qui, partiti nella notte, ammucchiati come pecore per il macello, dopo sola un’ora di viaggio siamo tutti umidi, bagnati. I capelli, le narici, piene dell’odore del sale marino e della paura. Qualcuno se l’è già fatta addosso. È salito a bordo tremante e adesso se ne sta lì, nell’urina e nella vergogna.
Ma la vergogna bisogna lasciarla indietro. Non c’è spazio, lo sappiamo bene. Faremo i nostri bisogni uno vicino all’altro, nei pantaloni, se necessario. questo è il viaggio. Ho preso, come tutti, quelle pastiglie che dovrebbero bloccare almeno la defecazione, ma con questo freddo e questo umido…
Signore Iddio, ti prego! Fammi arrivare sano e salvo! Fammi arrivare dall’altra parte. Signore Iddio, ti prego. È tutto un pregare sulla nave, ognuno il suo, che poi è lo stesso. Aiutaci Signore, Allah, non ci abbandonare, facci arrivare dall’altra parte.
Due pescherecci sono passati senza fermarsi, ci hanno visto, ci siamo sbracciati, ma non ci hanno soccorso. Anche questo è il mare, sei solo e se nessuno ti traina puoi morire. Il passatore minaccia di farci tornare indietro, di buttarci tutti a mare.
Qualcuno dice che bisogna accendere un fuoco, fare segnali, farci aiutare. Ma poi torna il silenzio. Si sente solo un bambino piangere, sicuramente la madre ha provato a nutrirlo ma non è la fame a farlo urlare nella notte. Si sente il rumore di un altro peschereccio, si vedono le luci. Ci sbracciamo, chiamiamo forte, il passatore lancia due razzi di segnalazione. Ci vedono di sicuro ma non ci soccorrono. Vanno avanti silenziosamente, e la nostra speranza se ne va con la scia della barca che si allontana.
Non so da dove sia venuto il fuoco. All’improvviso era dappertutto, la gente gridava spaventata, qualcuno ha preso fuoco e si sono alzate grida altissime. Ha cercato di appoggiarsi agli altri che si sono scostati, cercando una fuga impossibile. Hanno preso fuoco in tre, uno si è buttato in acqua, un altro ha continuato a bruciare sul ponte della nave. Le grida altissime, la carne che si stacca a brandelli, odore di carne bruciata, il terrore ci ha invaso. Chi sapeva nuotare ha iniziato per primo ad abbandonare la nave. Qualcuno è caduto in acqua contro il suo volere, trascinato dagli altri. Io ho guardato l’acqua, nera, scura, immensa, e ho guardato il ponte della nave che bruciava, adesso di fiamme appena trattenute e di un fumo nero e denso.
Il fuoco non lascia scampo: mi sono buttato. Non so nuotare! Non so nuotare! Non so nuotare! Muoviti, muoviti, muoviti! Aiutami, amico, ti prego: annego! Tutto intorno gente che si sbraccia, bambini attaccati alle madri che annegano, tra i veli e la plastica. Amico, aiutami! Aiuto! Annego! La prima acqua salmastra inizia a entrarmi nei polmoni. Non capisco più niente, tossisco, mi sbraccio, annego. Mamma, dove sei? Mamma! Tutto sommato non ci vuole molto a morire.
Io me ne sono andato abbracciato a un altro che si agitava come me. Abbiamo lottato prima, per la vita. Lui si aggrappava a me, io a lui. Poi lui voleva liberarsi di me, io di lui, e ci siamo picchiati. Alla fine ci siamo tenuti stretti, avvinghiati, e siamo andati a fondo insieme. Due anime perse nel Mar Mediterraneo, due figli che non telefoneranno a casa, due immigrati in meno di cui l’Europa dovrà preoccuparsi.”

350! Sono morti così. Le immagini che ho visto ieri sera, ed erano quelle dei salvati, facevano impressione: 47… 48… 49… Contando i vivi ti rendi conto con orrore di quanti siano i morti. C’è chi dice 20 mila: un’ecatombe.

Mentre me ne sto qui, con il culo comodamente appoggiato sulla poltroncina della Ryanair, in attesa di andare nel mio bel Riad, nella medina di Fez, qualcuno sta recuperando corpi, uno dopo l’altro, per un conteggio che alla fine sarà una stima, perché i numeri esatti sono difficili da sapere. Dicono che il paragone sia esagerato e inesatto, ma io non riesco a pensare a niente di diverso dall’Olocausto. Credo che sarà così che ricorderemo questo momento di drammatica indifferenza e morte.

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