Dance me to your beauty

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Di

libridi Daniele Fontana

Dance me to your beauty with a burning violin. Dance me through the panic ’till I’m gathered safely in

Conducimi (anzi, danzami) alla tua bellezza con un violino ardente. Conducimi attraverso il panico sino a che sarò al sicuro.

Gesùssanto, sarà anche un gran figlio di buona donna, come mi ricorda quel genio di un mio amico Erminio, però Leonard Cohen è proprio un poeta. Ti piglia il cuore con un pugno di ferro e te lo strizza fino a toglierti il respiro. E quando l’hi-fi ti spara di primo mattino questo miele amaro dalla voce roca, ti senti il meglio figo del mondo. Capace che oggi non c’è disperazione che ti sfiori. Neppure con quell’agenda che, al solito, ti inchioderà su una via crucis di sofferenze. Dolori pianificati, miseria programmata, patimenti in i-cal.

Sèh sèh, propositi giusto buoni per lavarti la faccia. Ché a mezzogiorno già sei uno straccio. Ma che senso ha nell’economia dell’universo tutto questo patire? Anche se pensi di aver già visto tutto, ogni volta c’è qualcosa che ti stronca. E sono sempre cose minute, roba da niente. Dettagli di quotidianità. Famiglie piegate nello strazio di un bimbo affetto da una malattia che solo il nome è fatica e paura a dirlo. Coppie in cui la miseria dell’ignoranza più sordida, quasi sempre maschile, è maledizione peggiore dei malanni stessi che le tormentano. E poi però anche quelle mille piccole immense meraviglie che ogni volta ti lasciano senza fiato dalla troppa bellezza. Gesti d’amore, vite di dedizione, convinzioni serene tra le macerie di ingiustizie che a tutti gli altri potrebbero apparire impossibili anche solo da immaginare. È questo che adoro del mio lavoro. È questa continua scoperta di un’umanità vera, forte, potente nella sua umiltà che mi fa credere ancora che qualcosa è possibile, che c’è davvero un altro mondo. Al di là delle sconce barbarie di questo di un mondo e di molta politica che lo rappresenta, lo coltiva, lo rende ancora più stupido e cattivo.

Buonismo, lo chiamerebbe di là dalla ramina quel pallone gonfiato di Giuliano Ferrara che, come molti della sua risma, porta nel palmo di una mano feti sanguinanti stracciandosi le vesti in nome del diritto alla vita, e con l’altra mano copre i peggio potenti che di quella vita, della sua autentica dignità, fanno scempio quotidiano. Venga qui a guardarla la vita. In faccia. Nelle sue smorfie di dolore, di paura, di fatica  ma anche nei suoi lampi di gioia, di bellezza, di immensa umile forza. Maledetti incantatori di serpenti e avvelenatori di pozzi. Di qua e di là della ramina. Sì, sono carico. Ma proprio non se ne può più di tutti questi figuri che parlano in nome della gente, degli affari suoi, e poi alla gente preparano il peggio mondo facendosi gli affari propri. Che, attorno a questa gente, seminano solo odio, rancore e assoluta presunzione di superiorità. Eccheccazzo!

Ecco, mi hanno già rovinato la giornata. Entro a casa di questa coppia, gli ultimi di una giornata dura, con l’adrenalina a mille e i pensieri in congedo non pagato. Sono teso, lo sento. E distratto. Se ne accorge lui, con i suoi capelli di un candore pari solo alla sua anima, e con l’elegante cortesia di un mondo e di modi che non ci sono  più. Se ne accorge lei, un viso ancora bellissimo nella trama infinita di rughe tracciate dall’età, dal dolore e nell’atrofia di un corpo sequestrato dalla malattia. Quella duplice onda di umanità non arriva però ancora a scalfire la presunzione della mia indignazione. Asciutto, quasi secco, dico che ho dei formulari da compilare. Sono per l’assicurazione invalidità. Mi servono risposte da entrambi.

Non rispondono loro. Non con le parole almeno. Si guardano invece. E un muto sorriso illumina i loro occhi. Lui, con movimenti morbidi, quasi impercettibili, si mette in posizione. Braccio sinistro aperto, altezza spalla, mano socchiusa in un delicato e rassicurante invito. Lei dà un lieve assenso con la testa e con uno sforzo enorme, reso lieve all’apparenza da una grazia divina, si alza dal divano affidando la propria esile mano all’antica protezione della sua.

È come se tutto si fermasse. In un silenzio irreale. Magico. Assoluto. Piede sinistro avanti, strisciata laterale del destro. Allineamento. Un avvio misurato ma subito pulito. I passi prendono man mano la loro cadenza, facendo levitare quei due corpi al di sopra della storia, della fisica, della materia. Solo così, mi spiegherà più tardi, lui riesce ancora a smuoverla dalla sua arca di sofferenza.

Stupito li guardo parlarsi e parlarmi in quel valzer inglese che racconta del loro amore senza fine. E della mia caduca precarietà.

Dance me to the wedding now, dance me on and on

Dance me very tenderly and dance me very long

We are both beneath our love, we are both of us above

Dance me to the end of love

Dance me to the end of love

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