Indovina chi c’è a cena. Digressioni semiserie sul cibo del futuro (Parte Prima)

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Di

cucina e consumidi Anna D’Errico

Immaginatevi seduti in un ristorante di Shanghai, il cameriere arriva e porgendovi il menu vi chiede se animali con più di quattro zampe vi creano problemi. Allora, lo dico subito e non ne parliamo più: sono aracnofobica. Ma aracnofobica che non li posso vedere nemmeno in fotografia, fobica che il mio esame di zoologia lo preparai coprendo le immagini del libro. Figuriamoci a trovarmi un ragno in pastella o una tarantola alla griglia nel piatto. Mi faccio vegana, con rispetto parlando.

Sta a vedere, tra un po’ mi toccherà andare al ristorante con lo Xanax, perché un conto è avere certe intolleranze ai cibi o non mangiarne altri per motivi vari – e faccio coming out di nuovo: capisco certe esigenze perché sono stata vegetariana per una decina d’anni (sì, uova sì, latte e derivati pure, carne no, pesci nemmeno ché son bestie pure loro) – ma le fobie son tutt’altra cosa, robe brutte che non controlli. Immagina, arrivi lì e te li trovi al buffet degli antipasti, o nella vetrina dei dolci, che fai ti metti a urlare in mezzo al ristorante – che di solito è pure uno di quelli tutti un po’ così?

Ad ogni modo, disagi personali a parte, questa cosa del mangiare insetti mi lascia ancora un po’ perplessa. A Parigi l’autunno scorso hanno aperto un bistrot, “Le festin nu”, che ha nel menu un’ampia scelta di insetti cucinati in vario modo, e ha abbracciato la causa di un mondo più sostenibile in cui gli insetti sostituiscono la carne. C’è anche un’azienda, sempre francese, Micronutris si chiama, che produce insetti a scopo alimentare. La cosa ha cominciato a diffondersi anche in altri ristoranti modaioli e alternativi da New York a Londra e un po’ dappertutto qui in Occidente.

A me suona un po’ come la trasgressione del radical chic che vuole sentirsi sopra le righe ma poi non ha il coraggio di farne una vera. E mi viene in mente un documentario visto di recente sempre su questa roba qua. Erano in Etiopia e facevano vedere come preparano lì le polpette di mosche: prese al momento schiacciate per bene tutte insieme a farne una poltiglia nera – assomiglia un po’ al caviale, tutto questione di come uno vede le cose – e poi cotte su pietra rovente.

Vorrei vederli a mangiare lì i clienti di quei ristoranti. E invece no, loro mangiano la frittura di “Sky prown”, nome poetico che hanno dato alle locuste per renderle più appetibili, fai te. Eppure sono il cibo del futuro. [Continua]

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