La vita di una persona vale un Kinder Bueno?

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Di

20151127mordasinidi Corrado Mordasini

Mezz’ora in più di apertura dei negozi. Che sarà mezz’ora? Beh, dipende. Dipende da chi sei o cosa fai. Se sei un avvocato, mezz’ora sono 150 franchi al telefono o su un dossier. Non vogliamo nemmeno pensare quanto valga una mezz’ora del plurisenatore Lombardi, che dell’apertura selvaggia ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia.

Ma la tua mezz’ora, prova a immaginartela, è quella di una commessa, che sta in piedi quasi tutto il giorno e fa chilometri tra le scansie. Con magari le gambe gonfie, perché non è più giovanissima e comunque un altro lavoro non lo trova. Questa mezz’ora, inoltre, è la mezz’ora che ritarda tutto per lei: il rientro a casa, la cena, il tempo da passare coi figli. Molti di voi ne sanno qualcosa.

Questa mezz’ora in realtà è anche un cavallo di Troia da cui, nottetempo, usciranno come guerrieri achei le aperture indiscriminate e notturne, con una serie di sottili distinguo e deroghe che a dirla tutta renderanno il Ticino un unico grande supermarket aperto 24 ore su 24.

La storia ci insegna che le aperture prolungate in realtà non creano nuovi posti di lavoro e non aumentano significativamente il fatturato. Esattamente come le guerre non creano la pace. Queste aperture prolungate renderebbero solo più difficile la vita a stanche commesse con stipendi non certo alti, e il tutto per una busta di cotto o un Kinder Bueno da acquistare alle sette di sera. Questa mezz’ora renderebbe più solitaria e triste la vita in famiglia di persone che già la vita mica ce l’hanno facile: pensate solo agli asili nido, ai doposcuola o agli orari dei mezzi pubblici. Quante commesse sono donne sole con figli?

Altro lato della medaglia: i piccoli commerci, quelli che spesso noi Ticinesi abbiamo difeso con le unghie e coi denti, piccole realtà ai margini, piccoli mondi di paese, che faticano anche a tenere aperto il giovedì sera. Ogni morte di uno di questi esercizi non è solo una perdita di posti di lavoro, ma anche un impoverimento del tessuto sociale. Perché reggere la concorrenza con i grandi centri commerciali è già difficile, e “migliorando” l’offerta il rischio di soffocare le piccole realtà rimaste sul nostro territorio è grande. Vogliamo averne la responsabilità in nome di quella benedetta mezz’ora?

E non veniteci a dire che così facciamo concorrenza all’Italia. Lì sono i soldi che contano, non gli orari, e i ticinesi lo sanno bene, quando confrontano il prezzo di una bistecca o di una bottiglia d’olio d’oliva.

E così, ancora una volta, il popolo si trova a dover decidere se lasciare a commesse e commessi il loro diritto a una vita sociale o, nel falso nome di una crisi, decidere che gli altri debbano lavorare di più solo per la nostra busta di cotto o per il nostro Kinder Bueno.

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