Milano: una pistola alla tempia

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Mokask, avevi qualcosa da raccontare?

“Sì, pochi giorni fa mi sono recato a Milano con degli amici per andare a trovare mio fratello, uno di questi miei amici possiede una bella macchina, una Mercedes C 250. Guidavo io, e mi sono fermato vicino a delle strisce pedonali per far scendere uno dei miei amici. Mentre stavo guardando il telefonino per vedere se qualcuno mi aveva chiamato, ho sentito le sirene della polizia e un’auto si è fermata al nostro fianco. Ho pensato: porca vacca, sulle strisce, adesso mi daranno la multa! Mentre stavo pensando questo, ho sentito una voce: “Non ti muovere, su le mani, non ti muovere!” Insomma, in un attimo mi sono ritrovato una pistola puntata alla testa dal finestrino, un altro poliziotto sul sedile anteriore e un terzo che la puntava su mio fratello dietro.

In quel momento ho pensato di tutto: porca paletta adesso sono finito, e adesso cosa si fa, specialmente quando sai che se ti accusano di terrorismo perdi tutti i tuoi diritti, perché non me ne sono stato a casa, adesso come lo spiego a papà…

Non ci credevo, mi sembrava di essere in un sogno, o in un film, ma non ero ancora sicuro di ciò che stava succedendo. Nel frattempo, mio fratello si stava agitando e ha iniziato a rispondere ai poliziotti. Uno degli agenti ha ribattuto: “Se questo succede è per colpa del tuo fratello in Francia”.

Sul momento sono rimasto perplesso, di quale fratello in Francia parla? “Ma non abbiamo fratelli in Francia!” risponde il mio “vero” fratello. Solo dopo qualche istante capisco cosa intendesse l’agente e mi è partito questo in automatico: “Scusa, ma quando degli italiani fanno i mafiosi nessuno accusa tutti gli italiani di esserlo, che discorsi sono questi?” Nel frattempo il telefono ha squillato e loro non mi hanno fatto rispondere. Io per riflesso ho cercato di prendere il cellulare. “Non ti muovere! Tieni le mani su e dammi i documenti!” “Ok, ma se non mi fai abbassare le mani come faccio!” , ho strillato io. Hanno inziato a controllare i documenti e hanno chiesto dove fosse finita la persona che era uscita. Nel frattempo il mio amico stava uscendo di casa, è qui come turista, fa il professore di filosofia in Marocco e non sa l’italiano.

I poliziotti gli hanno detto di non parlare arabo, ma lui non sa l’italiano e io devo tradurre, spiegando loro che non può rispondere non conoscendo la lingua.

In quel momento la cosa che mi spaventava di più era di essere ammanettato in mezzo alla via, i passanti ci guardavano con occhi freddi e sgusciavano via, mi immaginavo già cosa avrebbero scritto i giornali, cosa ci avrebbe ricamato sopra Salvini, cosa avrebbero detto i miei colleghi italiani, magari: “In effetti sembrava un po’ strano”.

A un certo punto gli agenti hanno messo via le pistole, si vede che si sono rassicurati. Mi hanno invitato a stare calmo, dicendo che era tutto a posto. “Come faccio a stare calmo quando mi avete puntato una pistola alla testa? In mezzo alla gente, facendomi fare una brutta figura? Non è roba che mi capita tutti i giorni!” È solo un normale controllo, mi rispondono gli agenti.

“Ma io sono da 23 anni in Italia, non ho mai visto una perquisizione fatta in questo modo!”

Gli agenti hanno insistito, è normale routine. Gli animi si stavano calmando e io mi sono permesso di continuare: “Ma scusate, perché… Dove abbiamo attirato la vostra attenzione?” L’agente si gira e non mi risponde, poi arriva quello che penso il comandante che mi dice:

“Vuoi sapere la verità? Un coglione ci ha chiamati, dicendo che c’erano tre terroristi con la barba su una macchina tedesca, per questo vi abbiamo fermati. Poi vedo solo te e mi vergogno, mi vergogno, mi vergogno…” E rientra in macchina ripetendo la frase. Nel frattempo un altro agente si è messo a raccontare una barzelletta per alzare il morale. Io non ho riso, lui ha replicato: “Eh su, era solo per togliere un po’ la tensione…”. Io ho ragionato tra me e me, pensando che in fondo loro sono solo gente comune, persone che fanno il proprio lavoro e non hanno colpa. Ho sorriso all’agente, nonostante non abbia capito la battuta, ma il mio sorriso voleva far capire che restiamo umani contro chi ci vuole gli uni contro gli altri.

Sai, per un momento mi è sembrato di recitare in un film d’azione. La stessa cosa mi era capitata tra Francia e Spagna, alla frontiera, anche se la situazione era meno drammatica, vedevo gli agenti col mitra che si muovevano intorno a me come in un flash. Poi, dopo qualche chilometro, sempre in Spagna, tre auto della polizia mi hanno bloccato alla barriera del casello e mi hanno perquisito. Stessa cosa dopo un centinaio di chilometri, dove mi ero fermato a riposare in macchina in una stazione di benzina. Quando mi sono svegliato, ho trovato due pattuglie. Anche lì perquisizione e agenti col dito sul grilletto.

E in tutte le occasioni chiedono scusa per i danni subiti e per i i pregiudizi. Strano, ma siamo abituati, già nel 2001 per l’attentato alle Torri gemelle abbiamo passato momenti simili.

Avevo paura a salire sull’autobus con lo zaino dei vestiti e il panino per il lavoro, anzi, addirittura, girando per il mercato con la borsa della spesa sentivi dire: “…figlia, allontanati da questo qui, non si sa cosa portano in mano” o addirittura in tram, con la gente che cambiava posto, come se avessi avuto la scabbia.”

Mokask lavora nell’edilizia, è qui da 23 anni e subisce la paranoia delle forze dell’ordine e dei cittadini, quelli che vedono un terrorista in qualunque persona con una kefiah o la pelle olivastra. Ecco, questo è proprio quello che quelli dell’ISIS volevano.

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