Non chiamatele (più) nuove tecnologie…

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Di


scienzaetecnodi Andrea Riberti

L’aspetto critico delle conferenze dedicate alle varie tematiche legate al mondo giovanile è che… i giovani non ci sono quasi mai, mentre il pubblico in sala non è quello che si vorrebbe raggiungere, essendo i presenti già sensibilizzati. Vai per sentir dire quello che già condividi e nel contempo chi dovrebbe partecipare davvero o non è invitato – i giovani lo sono raramente – o comunque non si sente parte in causa. Ma tant’è: l’ultima conferenza alla quale ho partecipato ha preso in considerazione anche e ancora gli adolescenti e le nuove tecnologie.

Infastidito da ragionamenti tipo “i giovani e il loro comportamento” (sottinteso: solo i giovani hanno un comportamento problematico), mi sono distratto un po’ (sono un esperto di pensiero vago). La discussione mi ha ricordato un recente articolo di non so più quale giornale svizzero tedesco. La scorsa estate c’è stato un curioso quanto eloquente allarme lanciato da molti bagnini d’Oltralpe. Sembra infatti che nei vari lidi siano aumentati in modo drammatico i casi di bambini piccoli lasciati incustoditi a bordo piscina o nell’acqua stessa, con il risultato di un’inconsueta mole di lavoro da parte dei bagnini. La causa? Troppi genitori distratti, perennemente connessi a Internet tramite i loro telefonini. D’altronde i più grandi diffusori di foto sui social di gatti umanizzati e bébé in tutte le salse sono proprio gli adulti. Adulti che paradossalmente continuano a considerare smartphone e computer nuove tecnologie, quando invece ne sono assidui utilizzatori al pari o peggio dei ragazzi.

Se non fosse drammatica, questa cosa farebbe sorridere: le campagne di sensibilizzazione si limitano, in fondo, a riflettere su come noi adulti dovremmo fare per educare i ragazzi a queste cosiddette nuove tecnologie che nuove non lo sono più. Da un pezzo. Noi adulti le conosciamo benissimo ormai, e mi sorge il sospetto che ci va bene chiamarle “nuove” per deresponsabilizzarci – tanto per cambiare – da quel ruolo che ci tocca. La scusa è buona: visto che le consideriamo nuove, non le padroneggiamo, non le capiamo, e allora come possiamo aiutare i ragazzi a stare attenti? Meglio fare a finta di non capirci, tanto possiamo delegare alla scuola, a Paolo Attivissimo, a Radix e continuare a fotografare in pace cibi, piedi, gatti, cani, selfie da postare su Facebook. Perché il punto sta proprio lì.

Quando io ero adolescente credo che se avessi avuto per le mani un telefonino non mi sarei comportato in modo tanto diverso dai ragazzi di oggi. E sono convinto che questo valga per tutti ragazzi della mia generazione. Facevamo con quello che avevamo le stesse cose degli adolescenti di oggi. La tecnologia era un’altra, il comportamento no. Con una grossa differenza, però: quando ero ragazzo io, gli adulti facevano gli adulti. Oggi invece gli adulti non di rado scimmiottano i ragazzi, in un’estensione grottesca di un’adolescenza che non c’è più. E che i ragazzi, tra l’altro, mica gradiscono.

Difficile fare gli adulti. Difficile mettersi a discutere e confrontarsi con i figli a causa di comportamenti che non si vuole affrontare, visto che si fanno le stesse cose. Io truccavo il motorino. I miei genitori no. E quando mi hanno beccato sono stati cazzi. Oggi ci sono genitori che portano i figli in Italia a comperare le elaborazioni per lo scooter. E al pari dei ragazzi si strafanno di cellulare e social.

Ditemi quello che volete, ma non parlatemi più di nuove tecnologie.

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