Storia di un impiegato, ovvero: Vita (senza morte né miracoli) del Rag. Ugo Fantozzi

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Correva l’anno 1971, e io non esistevo ancora. In quel di Milano veniva pubblicato un nuovo romanzo. Una nuova comicità amara stava per esplodere, e dall’alto degli uffici (del MegaDirettoreGalattico appunto) della Rizzoli Editore nacque Fantozzi.

Il padre naturale di quest’opera “melancomica” fu (e qui, conoscendolo, farebbe gli scongiuri) Paolo Villaggio. Il grande attore genovese creò il personaggio del Rag. Ugo Fantozzi, risibile e burlevole impiegato della ditta ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica, sita in una Roma poco chiara, vintage e un po’ nostalgica.

Il modesto e grottesco Rag. Fantozzi, sepolto da giorni negli uffici murati della ditta per la quale lavora, viene ritrovato grazie alla peritosa chiamata della moglie Pina, che ha osato finalmente chiedere informazioni sulla scomparsa di suo marito. Da quel momento si crea un cerchio attorno alla vita del Fantozzi e della sua famiglia. Il Rag. ha una figlia di nome Mariangela (meravigliosamente brutta), una moglie di nome Pina (donna dal viso accasciato e afflitto), la collega Silvani (suo grande amore) e tutta la combriccola di personaggi loschi e viscidi (angherie e persecuzioni incluse) alla quale si accompagna ogni santo giorno.

In camera di regia, l’indimenticabile Luciano Salce, pietra miliare del cinema Anni Sessanta-Settanta (“Il Federale”, “Basta guardarla”, “La voglia matta”), che seppe valorizzare ancor di più la pellicola con la sua genialità e determinazione. La pellicola fu anche la più vista tra quelle italiane nella stagione ‘74-’75.

Nel corso degli anni, e dopo la bellezza di quattro decenni (anniversario quest’anno!), Fantozzi viene considerato lo specchio di un’epoca, di un periodo storico italiano fatto di torti, ingiustizie, sopraffazioni, assenteismo sul lavoro, corruzione e così via. Che poi, pensandoci, non è che sia cambiato più di tanto. Considerazione che farà storcere il naso a un po’ di gente, ma a me piace esser nudo e crudo.

Fantozzi è molto più di questo. Il suo stesso cognome rappresentò un modo di essere non solo lavorativo ma addirittura psichico. È un dipinto sull’uomo medio tentacolare, fatto di specchi sui quali potersi aggrappare, senza la minima ombra di qualità, che altro non può fare se non subire le prepotenze e gli arbìtri non solo dei suoi colleghi, ma soprattutto della vita. Il trasferimento dal libro al film ha portato il personaggio di Fantozzi a impiantarsi nell’inconscio collettivo nonché nel linguaggio italiano comune.

Ciò che rimarrà per sempre nel panorama cinematografico (e non solo) sarà l’amara genialità portata alla ribalta con questo grottesco personaggio, creato dalla penna di un altrettanto bizzarro e stravagante Paolone Villaggio.

Grazie infinite, Rag. Fantozzi, per averci fatto sorridere di amarezza. Ma soprattutto grazie per averci fatto piangere di verità.

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