Tahar Ben Jelloun, “È questo l’Islam che fa paura”

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jellounTahar Ben Jelloun, scrittore marocchino, in “È questo l’Islam che fa paura”, edito da Bompiani quest’anno, esprime la solitudine dell’intellettuale di cultura musulmana che si trova a dover scegliere fra la sua libertà di coscienza di cui gode in Francia e l’appartenenza alla Umma islamica che non gli permette di esercitare la sua libertà. Eccone un passaggio significativo:

“Il problema è complesso. La Francia come il Belgio, i Paesi Bassi e l’Italia fra gli altri, ha delle difficoltà con i giovani nati dall’immigrazione maghrebina o africana. Quando il 45% di questi giovani non trova lavoro, quando questi passano le giornate a trascinarsi per strada, quando la loro disperazione sale, questo produce una rabbia e una collera che li rende disponibili a qualsiasi avventura, traffico di droga, associazione a delinquere, oppure rifugio nella religione.

In questi casi, la loro testa è vuota e non chiede altro che essere riempita. Basta che incontrino due o tre persone che agiscono nel nome dell’Islam per entrare in quel progetto.  Quando commettono un delitto (spesso delitti minori), vengono mandati in prigione, qualche volta in via cautelativa e poi aspettano anni per arrivare davanti a un giudice. Il sentimento di ingiustizia ha la meglio su tutto il resto. In prigione, vengono contattati da reclutatori, persone il cui mestiere è trovare giovani disposti non solo ad abbracciare l’Islam, ma anche ad agire per difenderlo e farlo trionfare in Occidente. Il discorso è studiato bene. In più, questi reclutatori propongono loro del denaro e una volta partiti per la Libia, l’Iraq o lo Yemen, la loro famiglia riceve una ricompensa. Si capisce subito com’è facile costruire un terrorista.

Nel frattempo il suo Paese, quello in cui è nato, non si preoccupa assolutamente di ciò che diventerà. Le periferie sono luoghi patogeni, cioè tossici, che generano delinquenza, violenza, diseguaglianza e ingiustizia. La Francia per esempio, malgrado tutti i segnali d’allarme dati dai sociologi, dagli osservatori, dai militanti, non ha fatto nulla per curare queste periferie pericolose. Sia a Destra sia a Sinistra, c’è stata la stessa politica: non fare nulla o fare un minimo, per camuffare i problemi. Gli uomini politici hanno saputo che le periferie sono pericolose, hanno lasciato fare, non hanno realizzato la gravità di questo pericolo. Sul lungo termine ci sono delle cose da fare: guardare ai manuali scolastici e insegnare in modo obiettivo la storia delle tre religioni monoteiste. Tutto l’insegnamento dovrebbe essere accompagnato da un’idea precisa: insegnare ai bambini la tolleranza, il rifiuto del fanatismo, spiegare i meccanismi del razzismo. In breve, elaborare una pedagogia ambiziosa per lottare in modo profondo e obiettivo contro le derive che portano al terrorismo. Guardare a ciò che succede nelle prigioni. Designare degli imam, dare loro i mezzi per chiarire le menti dei giovani reclusi e prepararli  a reinserirsi nella vita attiva. Lottare contro i reclutatori. Guardare a cosa succede nelle moschee: gli imam non dovrebbero più essere finanziati da Stati stranieri. Nessuno dovrebbe autoproclamarsi imam. Per diventare imam, bisognerebbe seguire un percorso formativo ed essere ben preparati a fare un lavoro non di proselitismo ma di pacificazione.

Ma la cosa più difficile sarà cambiare sguardo e politica di fronte ai giovani delle periferie. C’è un deficit di cittadinanza, una grande frattura sociale, fra questa generazione e i genitori, fra questi giovani e la società francese che non li riconosce davvero. Oggi, dei funzionari svuotano i cassetti in cui hanno accumulato, senza leggerle, delle relazioni allarmanti sulla situazione delle periferie e dei progetti di azioni da intraprendere. Quale che sia il governo, questa piaga è stata da sempre trattata con riformine, spolverature, per poi dimenticare, nascondendo la polvere sotto il tappeto.”

Tahar Ben Jelloun
È questo l’Islam che fa paura
Bompiani, 2015

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