Tiwamales, la temeraria

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Di

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di Angelo

Ha un bel viso tondo, con le labbra carnose e occhi bordati da lunghe ciglia nere. È eritrea e, mentre aspetta che l’anziana madre prepari il caffè, si siede sulla terrazza a guardare i suoi bambini giocare alla luce del tramonto. “Come sono cresciuti”, pensa.

Il grande, Yanes, ha iniziato la seconda media e comincia a darle qualche pensiero, con quella testa di riccioli ribelli che non vuole più tagliare, con quella compagnia di amici che a lei non piacciono affatto.

La piccola invece ha iniziato la seconda elementare. “È nata qui” pensa Tiwamales, e si vede che è spensierata, che non ha sofferto per il viaggio. È così serena. “Certo, sente un po’ la mancanza del padre, ma dopotutto non lo ha mai conosciuto”, riflette Tiwamales, mentre nella memoria scorrono gli ultimi sette anni della sua vita.

Era stata una decisione folle, quella di lasciare il campo profughi etiope per tentare la traversata del deserto e poi del mare. Con la consapevolezza che ha oggi, si chiede se lo rifarebbe e non sa darsi una risposta. Tiwamales ha studiato da aiuto medico, parla bene l’inglese, ha un diploma che le ha permesso di lavorare anche per le Nazioni unite nella sensibilizzazione sulle malattie sessualmente trasmissibili. Ha studiato in Eritrea, in una scuola cattolica. Come suo marito Merfe, che però guidava i camion militari. Si erano conosciuti al servizio militare, 17 anni lei, 26 lui. Bello come il sole. Erano bastati pochi sguardi per accendere il fuoco del desiderio. Lui l’aveva corteggiata da subito, anche al campo, quando vestiva l’uniforme e certo non si sentiva bella. A Camp Sawa, il campo militare di addestramento più grande del mondo, la vita era dura, chi non rispettava le regole veniva duramente punito, ma Tiwamales era fortunata, lavorava in ufficio e Merfe non perdeva occasione di andare a trovarla, e ogni volta aveva per lei un pensiero che faceva discretamente scivolare nella sua mano: un sassolino a forma di cuore, un piccolo fiore, un ciondolo di corallo. Adesso che guardava i suoi figli, con il grande prossimo alla prima cotta, si rendeva conto di quanto fosse stato strano innamorarsi durante il servizio militare, ma quando era lì le era sembrato normale. In Eritrea quasi tutti si innamorano e si sposano durante l’arruolamento. Si ha diritto a una settimana di congedo per il matrimonio e a un anno quando arriva un bambino. Ma poi ti devi riarruolare, si è sempre in servizio, dai 17 ai 64 anni. Tiwamales e Merfe avevano deciso di sposarsi in fretta, di non lasciar raffreddare quell’ardore che li avrebbe consumati nelle calde notti di Asmara. Una volta rientrati in servizio erano stati separati, destinati a zone diverse del campo. Ma quella settimana di passione era bastata per rimanere incinta del loro primo figlio.

La decisione di lasciare l’Eritrea era arrivata quattro anni dopo. Quando Yanes aveva messo tutti i denti da latte, avevano deciso di partire per andare in Etiopia. Nessuno dei due voleva trascorrere la propria vita lontani l’uno dall’altra, senza veder crescere il piccolo affidato ai nonni. Volevano la libertà, volevano altri bambini. Ma era andata diversamente. Tiwamales, istruita, al campo profughi etiope aveva potuto lavorare con gli operatori umanitari dell’ONU, migliorare la proprio posizione. Merfe invece con la sua patente per guidare i camion non aveva trovato nulla da fare e sprofondava nella depressione. Di tanto in tanto si ubriacava con i pochi soldi guadagnati dalla bella moglie. E poi diventava geloso e aggressivo e una volta l’aveva picchiata. Ormai facevano l’amore sempre più raramente, avevano separato i letti e costruito tra loro un muro di incomprensioni. Lui glielo disse così, un giorno di giugno in cui faceva un caldo terribile: “Domani parto, ho trovato un ingaggio come autista sulla rotta Addis Abeba–Kampala, è un’occasione che non intendo lasciarmi sfuggire”. Ovvio che no, perciò lo aveva lasciato partire, del resto che altro poteva fare? Lo amava ancora, ma capiva il suo dolore e quel senso di frustrazione e inutilità che lo rendeva aggressivo. Dopo tre mesi si era accorta di essere incinta e lo aveva cercato. Lui era tornato, avevano discusso ma aveva un’altra donna, un’amante. Lei si era molto risentita, era stata offesa. Così quella decisione folle di partire e di andare in Europa, nel mondo da cui venivano tutti quei professionisti dell’aiuto umanitario. Dopo tutto loro andavano e venivano liberamente, allora perché anche lei non avrebbe potuto? Di ottenere un visto neanche a parlarne, ma un prestito sì: 5’000 dollari per la libertà, per la sua dignità di donna ferita. Gli amici della cooperazione internazionale l’avevano aiutata a ottenere il biglietto aereo e il visto per l’Egitto. Sarah, una cooperante danese, aveva viaggiato con lei fino a Il Cairo, poi si erano salutate. Una sarebbe rimasta in Egitto per il rendiconto della propria missione prima di rientrare a casa, l’altra avrebbe cercato una casa attraversando il Mediterraneo.

Era stato un lungo lungo viaggio dall’Egitto a Catania: 12 giorni di mare in cui aveva dormito e pregato molto, in cui aveva somministrato a Yanes e a sé stessa dei sonniferi. Ma erano arrivati salvi, senza intoppi. Solo alla fine del viaggio avevano dovuto saltare in acqua e fare l’ultimo tratto a nuoto, ma la costa era in vista e avevano il salvagente. La sua Sara era nata in Svizzera, a Bellinzona. Nessun marito vicino a lei durante il parto, nessuna amica, non la mamma, non le sorelle. Pazienza, i suoi figli erano al sicuro, non sarebbero cresciuti in un campo profughi.

Mentre guarda i suoi bambini, Tiwamales si interroga: “Lo rifarei?”.

Quattro anni dopo, con lo stesso viaggio, era riuscita a far arrivare l’anziana madre, vedova, ma non il marito, che ormai viveva in Uganda e aveva avuto degli altri figli. Non voleva venire, aveva paura di morire durante il viaggio. Inoltre non aveva documenti regolari, avrebbe dovuto attraversare il deserto. Tiwamales si chiede cosa sarebbe successo se fosse rimasta, se lui sarebbe tornato. Forse avrebbero potuto partire insieme e lontano dal campo avrebbero ritrovato l’amore. Non lo sa, non lo saprà mai. A soli 30 anni, sono sette anni che è sola. Sette anni che non bacia un uomo, che non fa l’amore. Non sa darsi una risposta certa. Tiwamales ha salvato i suoi figli e la sua dignità ma ha perso l’amore, la sua terra, il suo calore. Qui si sente molto sola, a volte sente un freddo dentro che le blocca il respiro. Per fortuna c’è sua mamma, che con il profumo del caffè tostato alla maniera eritrea le riscalda anche l’anima. “Forse no”, mi ha confidato un giorno. “Forse se tornassi indietro non partirei più. Ma in quel momento era l’unica strada possibile e non mi pento di averla percorsa”.

Mentre beve il caffè, Tiwamales guarda i suoi bimbi giocare felici al calore degli ultimi raggi di sole.

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