Andare a piedi

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20151130krimskrams2di Krimskrams

Ho sbagliato fermata. Sono scesa troppo presto, il mio albergo non è in centro paese ma all’inizio. È distante un chilometro e 600 metri da dove mi trovo, 40 minuti a piedi indica la mappa sul telefonino. La posta seguente è un’ora più tardi, dunque decido di incamminarmi a piedi lungo la strada principale che sale verso un passo. Dopo qualche metro il marciapiede scompare e mi rendo conto che non è una strada pensata per i pedoni. Gli automobilisti occhieggiano incuriositi dal parabrezza. Sfrecciano veloci e mi sento indifesa. Quando c’è una curva, devo camminare a ridosso del bosco per non rischiare troppo. Cerco di ricordarmi se è meglio andare contro il flusso delle auto o nella stessa direzione. Non mi viene in mente, ma tanto non potrei più attraversare la strada in sicurezza. Per fortuna che c’è ancora luce. Penso a come si percepisce in modo differente il paesaggio quando un abitacolo non ci separa dal mondo, a come cambia il senso della distanza quando non si è su un mezzo motorizzato, a come diventa evidente che le strade sono fatte per le auto e non per gente che si muove a piedi.

Arrivo a destinazione nel tempo promesso da internet, ma le sensazioni provate durante il mio spostamento mi accompagnano per diverse ore. Tornata a casa, mi impongo di compiere tragitti a piedi anche nella mia città. Non solo delle passeggiate, ma proprio degli itinerari urbani, non sempre pensati per la mobilità lenta. Attorno a me scopro cose che non avevo mai notato. Alcune spiacevoli per un pedone: marciapiedi che si stringono e poi finiscono, semafori che non diventano mai verdi, passaggi pedonali scomodi, collegamenti che si interrompono. Ma ci sono anche delle belle sorprese: scorciatoie insperate, vetrine mai viste, cartelli sempre ignorati, edifici interessanti, angoli verdi nascosti. Quasi una piccola rivoluzione. Tutto diventa più palpabile, più reale, più vivido.

Andare a piedi mi sembra un buon modo per riappropriarsi del territorio dove si vive.

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