C’erano una volta i Coldplay

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Di

coldplaydi Jacopo Scarinci

Senza girarci tanto attorno, il nuovo disco dei Coldplay, “Adventure of a Lifetime”, è una ciofeca. Non che ci si aspettasse chissà cosa, visto che non fanno qualcosa di buono da “Viva La Vida or Death and All His Friends” e correva l’anno 2008, ma la speranza un po’ illusoria l’avevamo.

Si preme play e ci si trova nella brutta, bruttissima copia di un disco degli U2. Nemmeno uno qualsiasi: il giro di chitarra è simile a quello di “Where The Streets Have No Name” (il giro di basso invece è uguale a quello di “The Chamber” di Lenny Kravitz, ma va beh), e il tentativo di imitare Bono da parte di Chris Martin se negli anni passati faceva sorridere ora inizia a stancare un po’. Ed è solo l’inizio, perché il prosieguo ti fa chiedere più volte se tu sia vittima di allucinazioni o se sia tutto vero. Campionature, episodi terrificanti come la title track e primo singolo “Adventure of a Lifetime”, una doppia collaborazione con Beyoncé che più che perplessi lascia pietrificati. Il tutto all’insegna di un pop talmente insignificante e easy listening da rimpiangere persino un Prince in fase calante.

Niente, è tutto finito. I capolavori assoluti “Parachutes” e “A Rush Of Blood To The Head” non torneranno, e non tornerà nemmeno quella vena creativa di “Viva la Vida” e “Mylo Xyloto” dovuta più che altro alla produzione di Sua Eccellenza Brian Eno. Già il seguente “Ghost Stories”, composto di testa loro dopo aver preso commiato da Eno, aveva fatto capire che il crollo era imminente: una pallosissima sequenza di canzoni scritte da Chris Martin durante il divorzio da Gwyneth Paltrow, roba che al confronto quelli di Adele sono inni alla gioia. Il problema non fu la dinamica, uguale sputata alla gestazione di “Duke” dei Genesis, scritto da Phil Collins durante il suo divorzio, ma il risultato: quello dei Genesis fu un disco niente male, “Ghost Stories” l’esatto contrario. Quest’ultimo “Adventure of a Lifetime”, comunque un buon sottobicchiere in caso di emergenza, è solo un’ulteriore conferma che c’erano una volta i Coldplay, ora non più. Peccato, promettevano così bene.

L’interrogativo che resta alla fine dell’ascolto è tendente al grave: se gruppi che vendono milioni di dischi come i Coldplay seguono sempre più i gusti del pubblico finendo con l’offrire queste banalità buone solo per vendere e riempire gli stadi in estate, il suddetto pubblico come è messo? Male. Molto male.

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