Donna, uomo, partigiano, bandito. La Pastora

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Partigiane pastora Selenedi Selene

Alcune storie hanno dell’incredibile e talvolta le incontri per caso: un errore di digitazione sulla tastiera del pc e la curiosità davanti alla foto – l’unica, al femminile – della Pastora. E vale la pena raccontarle.

Teresot, Teresot, cos’hai fra le gambe, Teresot? Da dove sei saltata fuori Teresot? Da dove è saltata fuori una bambina come te?

Ultima di sette figli, Teresa Pla Meseguer nasce nel 1917 a Vallibona, piccolo paese rurale nella Spagna valenciana. Per una malformazione genitale, non risulta chiara la sua identità sessuale. La madre decide di registrarla come femmina.

Quand’ero nata mi avevano messo il nome da femmina sul registro della parrocchia, perché si vedeva che non ero normale, e nessuno capiva bene se ero maschio o femmina. “una femmina almeno non deve andare soldato. Un maschio lo spogliano per la visita, e chissà che vergogna a farsi vedere”. Pensava a me, la mia povera madre.

Al compimento degli undici anni Teresa viene mandata in montagna a star dietro alle pecore. Da quel giorno diventa la Pastora e lo rimane per molti anni. Vive in totale solitudine tra le montagne, in compagnia delle sue pecore e dei suoi cani. A quindici anni ha già la forza di un uomo. Nei rari momenti di socialità viene derisa, parla poco. Suscita curiosità.

Da ragazza mi era venuto anche un bel personale: ero alta, magra con le gambe lunghe. Se avessi avuto dei bei vestiti mi sarebbero stati bene, ma io avevo solo quelle sottane nere, e le camicette, nere anche quelle. Me le facevano che salivano sul collo così il pomo d’Adamo non si vedeva.

Se mi sentivo uomo? Dopo, sì, quando ero più grande, e che tutti mi vedessero come una donna mi faceva star male. Ma a quei tempi, da ragazzina, non ci volevo pensare e non ci pensavo. Io ero io, ed ero fatta com’ero fatta. Mica potevo scegliere. Dovevo prendermi così com’ero e pace.

Pastora1Lavora Teresa, lavora duro. E non solo da pastora. Fila la lana, viene chiamata per far legna. Ha in testa un desiderio, una cosa per lei importante e vuole risparmiare. Era nata con il labbro leporino e desidera correggere quel difetto. Nel ’44 ha 27 anni, e abbastanza soldi per pagare l’intervento.

Già non ero tanto bella come donna, mancava solo quel difetto, e per di più che non parlavo bene. Poi il dottore mi ha operata e ha fatto un bel lavoro. Stavo proprio bene. Non da trovare marito, che a me non si è mai avvicinato nessuno in vita mia, nessuno mi ha mai voluta neanche per scherzo.

Teresa è felice. Lei che non si guardava mai allo specchio, ne acquista uno e non fa che guardarsi. Le viene voglia di farsi una fotografia per mandarla al fratello Juan che sta in Francia. Vuole che Juan sia orgoglioso di lei, che veda che non è più la bambina brutta che aveva lasciato.

La sua vita di pastora continua. Comincia ad avere contatti con i partigiani e a fare per loro la staffetta. Le piace e non solo per i soldi che riceve ma perché per la prima volta viene trattata bene, come una persona. Alla fine della seconda guerra mondiale, con la guerriglia antifranchista in piena battaglia contro la Guardia civil, il comandante dei partigiani va a cercarla.

“Pastora, cosa conti di fare?”

Io, certe notti che avevamo bevuto, gli avevo detto che mi sentivo più uomo che donna. Mia madre diceva che ero femmina e femmina sono rimasta, ma dell’uomo ho tutto: la forza, la barba, il modo di fare, la cattiveria. Però la gente vede malizia dappertutto. “Perché sono ignoranti, Pastora, perché ai fascisti che hanno vinto la guerra non interessa che la gente impari qualcosa, a loro conviene che tutti restino somari. Quello che vogliono è che tutto rimanga uguale, che i poveri si rompano la schiena a lavorare, che non sappiano leggere, perché coi libri si fanno le rivoluzioni”. Ma cosa c’entrano i libri se la gente ride di me? “C’entrano, Pastora, c’entrano. Nel partito ti insegnano che le persone, tutte le persone, hanno una dignità e meritano rispetto, e questo si impara sui libri, lì si impara la libertà.”

Le dice di unirsi a loro, che riceverà un’istruzione politica, che le insegneranno a leggere. Lei in cambio insegnerà loro come muoversi tra le montagne che così bene conosce, rifugio indispensabile per i partigiani braccati dalla Guardia Civil di Franco.

Ti direi di sì, ma con queste sottane…

“Nella guerriglia ciascuno è quello che vuole. Tu ti senti uomo Pastora? E allora lo sarai. Stasera vieni con me a casa di mia sorella. Lei ti taglierà i capelli e ti darà vestiti da uomo”

Pastora2È un uomo ora. Un uomo normale. Di Teresa non resta niente. Si chiamerà Florencio, ma per tutti rimane la Pastora. Da quel momento appartiene al settore 23 della Agrupación Guerrillera de Levante y Aragon.

Ruben mi insegnò a leggere e scrivere. Io imparavo e il giorno che ho saputo tutte le lettere mi è venuto quasi da piangere tanto ero contento.

Sono bei tempi per la Pastora. Impara sempre di più delle cose dei partigiani e insegna ai compagni tutti i sentieri e tutti i posti che loro non conoscono. Dalle colline vedono passare i soldati della Guardia civil. Sono tanti, vanno da un paese all’altro, li cercano. I partigiani si muovono di notte, di giorno rimangono nascosti nelle grotte a riposare.

I soldati hanno la meglio e la maggior parte dei partigiani vengono catturati o colpiti a morte.

La Pastora rimane con il compagno Francisco. Vivono tra le montagne, si rifugiano nelle grotte.

Io tiravo avanti, in montagna c’è sempre tanto da fare e non mi annoiavo. Mi dispiaceva solo di non avere qualche pecora. Delle pecore sentivo la mancanza, forse perché erano l’unica cosa di cui poteva sentire la mancanza uno come me. Di notte mi tornavamo in mente tante cose della mia vita. Pensavo che mi era mancato quello che avevano tutti, dei figli e una moglie. Che avevo lavorato come una bestia. Che entrare nei partigiani era stato bello per tanti motivi, brutto per altri. Bello perché avevo trovato dei campani veri, perché avevo potuto essere uomo, finalmente. Perché avevo imparato a leggere. Brutto perché la rivoluzione alla fine non c’era stata e perché le cose che avevo imparato mi facevano male al cuore. Adesso sapevo cos’era la dignità della persona, sapevo che abbiamo dei diritti e che cos’è lo sfruttamento. E tutto questo mi faceva pensare che la mia vita era stata uno schifo, senza niente di quello che un uomo dovrebbe avere. Mi immaginavo come sarebbe stato se fosse andata diversamente. Se mia madre non si fosse vergognata di me e non mi avesse obbligata ad essere una donna. Se avessi potuto andare a scuola. Mi faceva male al cuore pensarci di notte, chiuso dentro la grotta. E allora prendevo la coperta e andavo fuori, all’aria aperta, mi sdraiavo e guardavo il cielo, come quando ero pastore. Se c’era sereno e si vedevano le stelle mi sentivo già meglio.

Anche Francisco viene ucciso. La Pastora rimane sola.

Mi lasciai cadere in ginocchio, mi coprii la faccia con le mani e mi misi a piangere. Era la prima volta che piangevo da quando avevo smesso di essere una donna.

 Siamo nel 1956. La Pastora abbandona le montagne e si dirige verso Andorra. Trova lavoro in una masseria e per arrotondare si dà al contrabbando. Pochi anni dopo vene arrestata e consegnata alla polizia spagnola. Sorge subito il problema della reclusione in carcere. Viene sottoposta ad accertamenti medici per stabilirne l’identità sessuale. La relazione sottoscritta da un urologo e un ginecologo stabilisce che “il soggetto esaminato è di sesso maschile”. La Pastora quindi viene reclusa in carcere come uomo e mai più indosserà gli abiti da donna.

Nel processo è accusato di 29 omicidi e condannato alla pena di morte, poi commutata in trent’anni. Durante la reclusione un funzionario della prigione si interessa al suo caso, comincia a parlare con lui, lo consiglia, lo protegge. Nel 1977, in seguito ad una richiesta di scarcerazione, la Pastora viene rimesso in libertà. Ha sessant’anni. Il funzionario della prigione gli offre ospitalità e un lavoro. La Pastora vive in una casetta nella proprietà del funzionario, ha due cani.

Dei suoi compagni partigiani è l’unico sopravvissuto. Muore il 1° gennaio 2004. Le sue ceneri vengono deposte nel Jardin de los Recuerdos del cimitero di Valenza. Una targa con il suo nome, Florencio Pla Meseguer, lo ricorda.

Citazione

Sono due anni che sto da solo e non so cantare, così sono due anni che non sento la mia voce, e poi cantare è pericoloso anche perché potrebbero sentirmi. I lupi non parlano e non cantano, per questo riescono a vivere da soli in montagna.

José Calvo Segarra, giornalista castigliano, intervistò la Pastora. Dai loro numerosi incontri nasce il libro (solo in lingua spagnola) La Pastora, del monte al mito, pubblicato nel 2010. I virgolettati – ripresi da questa biografia – sono testimonianze dirette della Pastora.

Le vicende della Pastora sono in parte raccontate da Alicia Giménez-Bartlett, nel suo romanzo Dove nessuno ti troverà, Sellerio 2011.

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