Il crollo dei miti. Anche a scuola

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Di

maestrodi Francesco Giudici

È ormai divenuta luogo comune l’affermazione che molte delle certezze che per anni avevano sostenuto il nostro mondo e il nostro modo di affrontarlo non reggono più. Una volta erano solo quelli di un certo partito che avevano la fama (e spesso anche supportata solidamente dalla reale evidenza) di essere dei bugiardi matricolati.

Oggi il ventaglio dei dicitori di menzogne si è allargato, e non solo di quasi 180 gradi come certi ventagli giapponesi, ma di 360 coinvolgendo tutti i gruppi politici e specialmente quelli che, per sfuggire alla storia, preferiscono definirsi movimenti. E sì movimenti, proprio perché in questo modo, probabilmente senza esserne nemmeno coscienti, dichiarano quell’instabilità di opinioni, quel continuo rimangiarsi la parola, quell’agitare di bocche e mulinare di braccia loro necessari per perorare con volume e forza, un’opinione che usando la serena dialettica non riuscirebbero mai a sostenere.

Come insegnanti ci si può rendere conto di questo crollo? Noi che siamo a confronto con i cittadini del futuro, cosa possiamo osservare nelle nostre aule? Quale colpa dobbiamo infine addossarci adesso che il mondo ha preso una piega tutt’altro che contemplata nei nostri intenti educativi? Forse ci sono sfuggiti dei segnali, ma penso che quando i campanelli d’allarme ci avvertirono, era già troppo tardi per correre ai ripari.

Il maestro non è più un dispensatore di sapere, una persona di cultura. Ora è un operatore sociale, un surrogato della famiglia, una voce debolissima tra le parole, a volte dure a volte suadenti, delle fantasie elettroniche, del televisore a parete sintonizzato su sport giocati da milionari in tenute firmate; su quiz con concorrenti che sanno a memoria tutte le capitali di tutto il mondo, ma se devono andare a Palagnedra vanno in crisi; su film e telefilm nei quali l’ampliamento lessicale e le conoscenze dei vocaboli di altre lingue entra in concorrenza con le immagini sconvolgenti.

Per concludere posso dire che un segnale l’ho captato una ventina di anni fa. Avevo proposto, in una terza elementare, un esercizio di grammatica (e sì, a quei tempi s’insegnava ancora la grammatica!) Stavano parlando dei sostantivi e, come sapete, si possono classificare in vari modi: nomi di persona, nomi di animale, nomi di cosa, nomi concreti, nomi astratti, nomi primitivi, nomi derivati, nomi alterati, nomi collettivi, nomi comuni, nomi propri. Questi ultimi costituivano il tema dell’esercizio. Due allievi su diciotto alla voce Titanic mi scrissero: nome proprio di discoteca!

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