“Il prezzo”

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Di

il prezzo millerdi Cinzia Arumetto

Ne “Il prezzo” di Arthur Miller, andato in scena al LAC, ci sono molti conti da regolare.

Innanzitutto quelli di una coppia matura, che non si è mai confessata veramente, poi quelli di due fratelli messi di fronte al passato dalla necessità di sgomberare l’appartamento del padre morto, infine quelli di un vecchio broker che solo per caso torna a fare un affare e diventa il deus ex machina del prezzo da pagare.

Tutto questo accade in un ambiente claustrofobico e ogni tanto riecheggiano in scena i colpi di maglio della crisi del 1929, che ha gettato sul lastrico milioni di persone. Victor fa il poliziotto, ma era più dotato per gli studi di suo fratello Walter, diventato medico e ricco, perché più che curare pazienti pensa agli affari. Il fantasma del padre grava durante tutta la pièce: sua è la catasta di mobili da vendere, sua è stata la decisione di non dare a Victor i soldi per laurearsi, il prezzo stabilito per avere la vita di Victor, che l’ha mantenuto dopo il fallimento della sua attività.

Miller ha scritto questo testo nel 1968, nel pieno degli anni dell’effervescenza intellettuale americana, ma ci ha immesso il messaggio cupo del fallimento di un mondo incapace di chiarire i rapporti e disposto a vivere nell’ipocrisia fino alla fine. L’ipocrisia dei due fratelli, della moglie alcolista e attaccata alle apparenze (“Non venire al cinema in divisa, almeno la domenica non diciamo a tutti quanto guadagni”) viene rotta da un vecchio acquirente di merce usata che fissa un nuovo prezzo per il carico di ricordi contenuti nella casa del padre di Victor e Walter. Sono 1’100 dollari, una cifra che viene ripetuta ad ogni piè sospinto, quasi che seppellire il passato possa avere un valore. Alla fine la realtà viene a galla, il fratello poliziotto capisce che il padre l’ha sfruttato e il fratello ha taciuto, ma con un gesto di grande dignità caccia il medico affarista, infilandogli il cappotto dal taglio raffinato. “Adesso possiamo andare al cinema”, dice alla moglie. “Mi cambio?”, “No, resta così”. Basta una divisa portata senza la vergogna del passato nascosto in mezzo ai mobili polverosi per riconquistare un pezzettino di futuro. In scena resta il vecchio venditore, chiamato per errore, perché Victor ha cercato l’indirizzo su un elenco telefonico scaduto. Lui il prezzo l’ha fissato e ci ha guadagnato, può quindi ballare sulle note di una musica allegra, anche se fuori c’è quasi solo disperazione.

“Il Prezzo” è un testo di Miller poco rappresentato, certamente meno noto di “Erano tutti figli miei” e di “Morte di un commesso viaggiatore”. I temi di fondo sono però gli stessi: la famiglia, i valori persi nel marasma di una società affamata di soldi, il fallimento individuale con un forte tocco autobiografico, visto che il padre di Miller andò in fallimento durante la Grande depressione. A differenza del commesso viaggiatore Loman, che si suicida, il poliziotto Victor trova – o almeno, cerca – una via d’uscita. La regia di Massimo Popolizio ha messo in evidenza il carattere dei personaggi attraverso una recitazione a tratti esasperata e sopra le righe, come se ognuno recitasse una parte e fosse incapace di uscirne. Lo stesso Popolizio (Victor) e Umberto Orsini (il broker) dominano la scena e rendono perfettamente la dimensione del dramma, che in qualche momento pare scritto oggi, in altri ha qualche verbosità che non scalfisce però il valore dello spettacolo.

Chi era Arthur Miller

Arthur Miller, drammaturgo americano, è nato nel 1915 e ed è morto nel 2005. Il suo primo grande successo teatrale fu “Erano tutti figli miei” (1947), storia drammatica del proprietario di una fabbrica che vende pezzi di aerei difettosi e provoca la morte di diversi piloti. Il testo più famoso è certamente “Morte di un commesso viaggiatore”, più volte diventato un film e ancor oggi rappresentato in tutto il mondo. La vicenda di Willy Loman, un commesso viaggiatore ossessionato dalla voglia di successo che si suicida perché perde il lavoro e forse perché fa incassare a moglie e figli l’assicurazione è un ritratto impietoso della società degli affari che stritola chi non riesce. Miller è stato indagato dall’agenzia per le attività antiamericane negli anni del maccartismo. Fu sposato con Marilyn Monroe dal 1956 al 1961.

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