L’importanza di chiamarsi Paulo Sousa

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Di

Paulo Sousadi Jacopo Scarinci

A Basilea, da quando hanno “dimissionato” Paulo Sousa, le cose non sono andate un granché bene: mercato approssimativo, figuraccia mega galattica ai preliminari di Champions League e conseguente retrocessione in Europa League, gioco che al di fuori dei confini elvetici stenta a decollare, eliminazione in Coppa Svizzera da parte del Sion.

Strana, la vita, perché Paulo Manuel Carvahlo Sousa da Viseu, Portogallo, da quando è al timone della Fiorentina sta compiendo autentici miracoli: gioco spumeggiante, giocatori che l’anno scorso sembravano morti completamente rivitalizzati, mercato intelligente con pochi acquisti ma ponderati e tutti funzionali al suo progetto, l’esplosione di Bernardeschi, per il quale si sta aprendo un’asta in tutta Europa. All’inizio vinse la diffidenza, tanta: il suo passato da giocatore della Juventus non venne visto di buon occhio da tifosi viscerali come quelli viola. Eppure già dalle prime amichevoli si poteva capire molto di Sousa: il gioco arioso, i giocatori responsabilizzati e resi orgogliosi alfieri delle loro peculiarità, la convinzione di poter battere chiunque. Esattamente come quando a San Siro hanno irriso l’Inter capolista neanche fosse una squadra juniores.

Serio nelle interviste, mai sopra le righe, mai in mezzo a polemiche o critiche agli arbitri, Sousa ha uno stile e una signorilità sempre più lontani dal prototipo di allenatore che va per la maggiore di questi tempi. Non è esuberante, è modesto, si schermisce davanti alle telecamere. A Basilea piaceva poco. Mentre lungo l’Arno ringraziano, sulle rive del Reno masticano amaro. Strana, la vita.

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