Ma quanto volete che valgano le vite degli africani? Niente!

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20151118bosiamirradi Lisa Bosia Mirra

“Un genocidio in Paesi come quelli non è poi una cosa così importante”. Questo è ciò che dichiarò François Mitterrand, all’indomani del genocidio in Ruanda che, nel 1994, costò la vita a un milione di tutsi massacrati a colpi di machete.

Quanto volete che valgano le vite degli africani? Niente!

Mitterrand sostenne al potere un ladro forsennato come Mobutu, un uomo che affamò il suo popolo mentre costruiva ville accessoriate in oro e acquistava castelli in Francia. Nel marzo del 2008, l’ex presidente francese Jacques Chirac disse: “Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo”.

Dal 1961 quattordici Paesi africani – Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon – sono costretti dalla Francia, attraverso un patto coloniale, a depositare l’85% delle loro riserve di valute estere nella Banca centrale francese controllata dal ministero delle Finanze di Parigi. I leader africani che rifiutano di pagare il debito coloniale alla Francia vengono uccisi o restano vittime di colpi di Stato. Coloro che obbediscono sono sostenuti e ricompensati dalla Francia con stili di vita faraonici mentre le loro popolazioni vivono in estrema povertà e disperazione. Le banche centrali del CFA impongono anche un limite sul credito concesso a ogni paese membro equivalente al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Anche se la BEAC (Banca degli Stati dell’Africa centrale) e la BCEAO (Banca Centrale degli Stati dell’Africa dell’Ovest) hanno un fido bancario col Tesoro francese, i prelievi da quel fido sono soggetti al consenso dello stesso ministero del Tesoro.

Si stima che la Francia detenga all’incirca 500 miliardi di moneta proveniente dagli Stati africani. È un sistema di controllo e ingerenza sull’Africa e le sue risorse denunciato dall’Unione Europea, ma la Francia non è pronta ad abbandonare questo sistema neo-coloniale che le garantisce un controllo, anche militare, sul continente nero.

L’esercito francese, il primo per spese militari in Europa, aveva ridotto la propria presenza in Africa negli anni ‘90, in seguito alle ambiguità del suo ruolo nel genocidio ruandese, del supporto al dittatore Mobuto Sese Seko e dopo gli scandali legati alla compagnia petrolifera Elf e alla vendita illecita di armi in Angola, della quale furono accusati personaggi di spicco della politica. Sarkozy contrario al concetto di “Françafrique”, mirò alla riduzione delle spese militari ma, nel 2011, fu il primo a lanciare azioni militari contro la Libia, in cui la Francia ha tutt’ora enormi interessi petroliferi.

Il presidente Hollande inizialmente ha optato per continuare i tagli ma nel 2013, con l’operazione Serval, ha inviato 4’500 uomini in Mali per una delle più grandi azioni militari francesi degli ultimi decenni e nel 2014 il ministro della Difesa Le Drian ha parlato di un nuovo ruolo forte della Francia nell’Africa occidentale. Nell’operazione Burkhane sono state impiegate 3 mila unità in Ciad, Niger, Mali, Burkina Faso e Mauritania. Da gennaio la forza Licorne, in Costa d’Avorio dal 2002, è stata sostituita dalle Forze francesi e il Paese è divenuto “base militare operativa avanzata” per consentire alla Francia un intervento rapido nel continente. Queste operazioni si giustificano con il controllo del terrorismo e dell’espansione del fondamentalismo alquaedista ma parallelamente assicurano che il controllo del flusso di denaro e materie prime – in particolare petrolio, metalli, uranio – non si interrompa.

Infine, la vendita di armi all’estero è diventato uno dei principali business della Francia del presidente Hollande e del ministro della difesa, Jean-Yves Le Drian: un volume di affari talmente impressionante da meritare l’attenzione del quotidiano “Le Monde” con l’articolo dal titolo “Vendita di Armi: la strategia vincente della Francia” (leggi qui).

Secondo quanto riportato dal giornale di Parigi “le esportazioni di armi della Francia sono passate da 4,8 miliardi di euro del 2012 agli 8,2 miliardi del 2014, mentre nei primi mesi del 2015 hanno già superato i 12 miliardi. Se le vendite si attestassero sui 18 miliardi di euro, la Francia diverrebbe il quarto Paese al mondo nel mercato delle armi, dopo Stati Uniti, Russia e Cina”. Due sono i contratti faraonici che hanno contribuito al fatturato nel 2015: una fregata “FREMM”, sistemi d’arma a corto e medio raggio venduti all’Egitto (il presidente Hollande siedeva accanto ad Al-Sisi durante le celebrazioni per l’ampliamento del Canale di Suez) e 24 aerei da caccia “Rafales”, venduti al Qatar.

Fino ai sanguinari atti terroristici del 13 novembre, un po’ per pigrizia, un po’ per complice ignoranza, la Francia era per me il Paese dei valori repubblicani: liberté, égalité, fraternité. Quest’orribile situazione mi ha obbligata a guardare la sua politica estera più da vicino e ho scoperto un cinismo e un’ipocrisia sconfinata. Sono stata Charlie quando l’integralismo islamico ha attaccato la libertà d’espressione ma no, non sono francese. Sono con i francesi, questo si, ma non con la Francia, con la sua oscena politica neo-colonialista e gli attacchi militari che in queste ore si susseguono su Raqqa e Mosul.

La dignità umana è tale solo quando vale per ognuno e non per pochi. Ricordiamocene, ogni volta che a morire sarà un siriano o un africano. Da oltre un anno in Burundi si prepara un genocidio che potrebbe avere portata e conseguenze pari a quello del Ruanda.

Ma quanto volete che valgano le vite degli africani? Niente!

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