Siamo tutti responsabili

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20150911riberti1di Andrea Riberti

L’auto nuova che un po’ tutti acquistano e l’iniziativa che avrebbe voluto il divieto di esportazione di armi respinta nel 2009 : ecco a cosa ho pensato quando ho letto di Marine Le Pen e delle sue affermazioni sulla tristemente famosa foto di Aylan, il bambino morto sulla spiaggia. Secondo la donna nera, l’immagine è stata fatta girare solo per far sentire in colpa l’Europa per fatti di cui nessuno qui sarebbe responsabile. Certo, non direttamente. Non di quel bambino lì. Ma siamo sicuri che non c’entriamo nulla?

20150911riberti2Nel 2009 il 69% dei cittadini svizzeri che hanno votato ha scelto di respingere l’iniziativa che chiedeva il divieto di esportazione di materiale bellico all’estero. Ora, nessuno vorrebbe vedere i propri cari, i propri figli morire a causa di qualche arma fabbricata in Messico (solo per fare un esempio a caso) con la giustificazione che questo rappresenta posti di lavoro preziosi nel luogo di fabbricazione. Perché allora dovrebbe valere il contrario? Le immagini dei Pilatus PC7 che bombardano il Chiapas sono ancora ben impresse nella mia memoria. Eppure anche moltissimi di noi, convinti invece di essere in buona fede, sono parte del problema.

Tutti o quasi possediamo un’auto, spesso di fabbricazione abbastanza recente. Abbiamo quindi letto i vari dépliant che esaltano ogni aspetto ecologico del veicolo acquistato. Stando alle immagini ovattate e oniriche delle case automobilistiche, si tratta di auto talmente ecologiche che la Terra è ben lungi dall’essere in pericolo. In particolare si sottolinea come ogni pezzo dell’auto sia assolutamente riciclabile, marchiato per essere riconosciuto e rigenerato. Poi, all’acquisto di un veicolo nuovo, tra promozioni, offensiva euro, premio riconsegna, azione entro la fine del mese, sconto per auto di esposizione ci viene comodo il tocco finale, dai 500 ai 1500 franchi versati in contanti dal mercante bulgaro che si piglia la vecchia Peugeot ormai quindicenne – ma, volendo, riciclabile – con il contachilometri ormai estinto, che la porterà chissà dove. Certo, tra pezzi di ricambio e collaudi inesistenti, l’auto che qui non ha più ragione di esistere tirerà avanti ancora cinque o sei anni in Libano. Magari anche di più.

E il riciclaggio? Beh, mica si buttano via 1500 franchi, ed è comprensibile. Dal nostro punto di vista. Ecco allora che l’auto che avrebbe potuto essere smaltita ecologicamente in Europa finirà la sua vita esplosa ai bordi di una palazzina semicrollata a Gaza, arrugginita lungo una pista in Iraq, bruciata in mezzo a un campo in Mali, rovesciata in una discarica incontrollata in Eritrea. Batterie, acidi, copertoni, olii, liquidi inquinanti semplicemente sversati in qualche terra già devastata da guerre, fame, carestie, dittature. Nessuno vorrebbe vedere carcasse di auto nei prati della Val di Blenio, ma se marciscono in Tunisia, in fondo, chissenefrega.

Quindi, cara Marine, sì, invece: siamo responsabili. In modi diversi, con sfumature diverse. Non direttamente, magari. Ma le nostre scelte di cittadini elettori e consumatori hanno non di rado delle ripercussioni drammatiche nei confronti del Sud del mondo. Assumerci le conseguenze è perciò il minimo che si possa fare. E la tabella allegata è abbastanza eloquente…

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