Una valle di stupore e bellezza

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20151207arumettodi Cinzia Arumetto

Peter Brook ha 90 anni e non è un bel momento per lui: pochi mesi fa ha perso la sua compagna, Natasha Perry. Però quando si alza il sipario (metaforicamente, perché nei suoi spettacoli il sipario non c’è) ogni cosa scompare e viene alla luce il genio della semplicità.

Per due giorni Peter Brook ha illuminato il LAC con “The valley of astonishment” (“La valle dello stupore”). Anzi, più che illuminarlo, l’ha stordito con la bellezza e la profondità dell’esperienza più emozionante che il teatro possa dare. In scena tre sedie, un tavolo, un appendiabiti, un musicista e tre attori, che raccontano la storia di Sammy Costas – una giornalista, donna normale con un soprannome da uomo – che ha una memoria assoluta. Ricorda tutto senza bisogno di annotare nulla. Una capacità da fenomeno che le costa il posto di lavoro. “Lei è troppo dotata per questo posto, deve farsi visitare in un laboratorio”, dice il direttore. “Mica sono malata”, risponde Sammy, che inizia un percorso fatto di esami clinici e di show televisivi, immersa in una società che tutto vuole sapere e tutto vuole sfruttare. Ma non sa come si fa a dimenticare e nello stesso tempo dimentica che cos’è una goccia, ovvero l’essenza delle cose e della vita.

Un testo scritto con la collaboratrice di sempre (Marie-Hélène Estienne) che è un po’ la visualizzazione dell’idea che Brook ha del teatro: togliere orpelli, sottrarre elementi che distraggono dalla vera natura della parola e delle sensazioni, far ridere, piangere, stupire, sorprendere senza inutili sovrastrutture. Per arrivare a tanto ci vuole certo la genialità dell’uomo di teatro, ma ci vogliono anche attori formidabili, che non fanno nient’altro che “essere” in scena, perché nel teatro di Brook non contano la tecnica né la bravura nel recitare: vale soltanto la capacità di vivere le emozioni e i pensieri per trasmetterli al pubblico.

Così basta un piccolo gesto per aprire un mondo di sentimenti e Sammy che accenna con la mano aperta al gesto di cullare un bambino, mentre parla della propria memoria ormai maledetta, colpisce al cuore lo spettatore, che non è distratto da altro, guarda solo quel gesto, lo sente addosso. È il teatro nel senso più puro del termine, dove la mediazione tra testo, attori e pubblico è talmente forte e profonda che nemmeno si sente. Lo spettacolo girerà il mondo: se potete, inseguitelo. Ne vale la pena.

Chi è Peter Brook

Peter Brook (1925) è un regista teatrale e cinematografico inglese, che si è imposto come uno dei massimi esponenti del teatro contemporaneo. Ha iniziato giovanissimo (la prima regia accreditata è del 1942) per diventare abbastanza in fretta uno degli “enfant prodige” del teatro internazionale. Ha conosciuto il successo con grandi regie dei testi di Shakespeare (Amleto, Tito Andronico, La Tempesta), ma anche con una forte attenzione al teatro contemporaneo (Miller, Sartre, Tennesee Williams). Ha diretto anche diversi lungometraggi, sia di ispirazione teatrale (Marat/Sade di Peter Weiss, La tempesta) sia tratti da soggetti originali (Il signore delle mosche, Incontri con uomini straordinari). Nel 1971 ha fondato il Centro di ricerca teatrale, che ha trovato casa nel 1974 nel teatro parigino delle Bouffes du Nord. Brook ha sempre lavorato con attori di ogni lingua e paese, ha attinto alla cultura orientale (La conferenza degli uccelli, tratto da una poema persiano, il Mahabharata, trasposizione teatrale e anche cinematografica di un grande poema indiano) e da quella africana (Size Bwanzi è morto, sul tema dell’apartheid, Tierno Bokar, sul sufismo e l’animismo africani). È stato anche regista di opere liriche (Il Flauto magico, La tragedia di Carmen), dove ha immesso la sua idea del teatro semplice, ridotto all’osso, nel quale “Lo spazio è vuoto”, titolo di un suo saggio teorico  del 1998.

Ne “I fili del tempo” racconta la sua vita di uomo di teatro, i suoi viaggi nel mondo, il suo debito intellettuale con George Gurdijeff, mistico armeno del novecento, cui è dedicato il film “Incontri con uomini straordinari” (1979).

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