Andrew J. Relosky, fante di Pennsylvania

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Di

libridi Daniele Fontana

Il mare di croci bianche è immobile. Le onde fissate per sempre in interminabili arcate di marmo. Il verde smeraldo del prato, curato con religiosa postuma attenzione, spara all’inverosimile il contrasto. Eppure non c’è frastuono. Non più. C’è solo un immane silenzio. Come se tutto l’inferno fosse stato risucchiato. Lasciando dietro a sé un vuoto per sempre sospeso.

Andrew J. Relosky, fante di Pennsylvania. Così recita la tua croce, bianca come le altre 9’386 che compongono questo surreale monumento insieme al sommo sacrificio e alla somma stupidità umana.
Sei morto il sei giugno del 1944, Omaha Beach, spiaggia di Normandia che dal giorno di quello sbarco non avrà più altro nome. A sera, altri soldati come te, galleggianti nell’acqua di media marea o riversi sulla rena dorata, ne hanno contati 4’400. Una carneficina.
Chi eri Andrew J.Relosky, probabile discendente di immigrati polacchi in terra d’America? Quanti anni avevi? Le croci americane su questo sono mute, ma le cifre degli anni di quelle vite spezzate sono note: 17, 19, 20, 23…
Cosa hai pensato quando ti hanno detto che era venuto il momento? L’eccitazione e l’inquietudine che come sorelle sciagurate si sostenevano l’un l’altra. A che hai pensato? Ai genitori, a fratelli e sorelle magari più giovani di te, una fidanzata lasciata lassù, tra i boschi e le brezze che spirano un poco dai grandi laghi e un poco dall’Atlantico. E poi l’imperscrutabile nero del tempo che forse alle prime luci del giorno ti avrebbe inghiottito per sempre.
Hai avuto paura? Da strapparti lo stomaco e farti provare il gusto sordo e acido della disperazione? Stipato in una di quelle imbarcazioni dal fondo piatto pensate per arrivare il più vicino possibile alla riva, alle bocche delle mitragliatrici che vi stavano aspettando tra le dune, pure tu hai vomitato l’anima, ultima metamorfosi in quel modo così disperato di presentarsi al destino? Hai potuto mettere almeno un piede in acqua quando il portellone si è spalancato sulla bocca dell’inferno oppure il fuoco della mitragliatrice ti ha falciato con addosso l’espressione di un terrore ancora ignaro?
Se hai potuto fare qualche metro, vivere ancora qualche ora, che forme hanno preso l’angoscia e la disperazione mentre nulla era più ciò che sino ad allora era stato? Né gli uomini, né i suoni, le forme o i colori. E il tempo, bruciato nell’istante di una, mille, un milione di pallottole, dilatato all’infinito negli inesistenti spazi tra l’una e le altre.
Dicono che le alghe, in un mare che non riusciva più a dilavare il sangue riversato, abbiano cambiato colore da allora.
La domanda che da dentro avvolge chiunque si aggiri oggi, ogni atto silente e il cuore gonfio, su quel crinale in cui il mare si fa terra e lo spazio si fa tempo, è una e una soltanto. Ne è valsa pena?

Per la liberazione e per la vittoria certo. Ma noi, tutti noi, oggi che ne facciamo di quel dono immane, di quel gigantesco falò di vite bruciate sul rogo della follia?
In quelle terre del disumano sacrificio persino le voci della retorica militare chinano il capo stemperandosi. Lasciando, nei templi del ricordo, spazio ad altri messaggi. Il memoriale di Caen, intimo e celeste per forza evocativa ed educativa, non guarda in faccia a nessuno. Non ai più possenti vincitori di allora (americani e sovietici), che, le mani ancora grondanti il sangue dei propri figli, già andavano seminando nel mondo nuove morti nel nome di contrapposte ideologie. Non alle successive mille rinnovate bramosie di potere e supremazia in ogni angolo della Terra. E neppure all’odierno, feroce e spietato dominio della diseguaglianza sociale, economica e finanziaria.
Tu, Andrew J. Relosky, fante di Pennsylvania, come Cristo nel nome di altri sei stato inchiodato a una croce. Le parole del vostro calvario ci raccontano, ogni giorno, della potenza di un atto tanto comune e ineludibile come la morte. E ogni giorno gente con la bocca impastata dei vostri nomi e della vostra celebrazione si rende artefice di nuovi scempi o di parole, talvolta anche solo sciocche e leggere, che li preparano.

Le alghe compongono grandi macchie scure sotto il pelo dell’acqua, mutandone i colori e quelli del cielo. Sì, il mare qui si fece di sangue. Ma la memoria si è depositata sul fondo, ha colorato le rocce, si è fatta ghiaia e poi sabbia fine. Che si insinua tra le dita dei piedi e da lì ti entra nel cuore.
Mia moglie raccoglie un sassolino. È color rosso sangue. Lo porteremo con noi Andrew J. Relosky, fante di Pennsylvania cui la famiglia forse non ha potuto mai portare neppure un fiore. Sepolto, lontano da casa, sopra la spiaggia della tua fine e del nostro inizio.

Il presente racconto è stato pubblicato sul settimanale Ticinosette

 

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