Bianco e nero

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Di

libridi Daniele Fontana

Una sala da biliardo. Tavoli preparati. Luci sapienti a illuminarli. Bilie e birilli schierati. Stecche in resta. Maschi pronti al cimento.

E poi bianco e nero. Buio e luce. Contrasti forti a rendere drammatico il senso di una sfida. Non solo quella tra uomini compresi nei loro ruoli, ma la sfida tra il caso e l’abilità. Tra la fortuna e il calcolo che si fa maestria.

Perché in punta a quelle stecche, tra la polvere di gesso e il cappuccio di cuoio, ce la si gioca di certo tra un sì e un no, ma quanto sapere prepara quel responso cruciale.

Prendete la Garuffa. Tecnicamente uno dei colpi più difficili. Con quelle geometrie algebriche, quelle linee immaginarie, puntate sulle sponde e cucite con l’«effetto contro». Traiettorie, parabole, calcoli e classe. E un pizzico di buena suerte. Come nella vita. Una infinita paletta di sfumature di colori. Compreso il bianco, che li contiene tutti. Compreso il nero, che tutti li nega. E noi lì dentro a giocarci la nostra partita di biliardo all’italiana. Con le nostre qualità, le nostre forze, la nostra audacia, la nostra intelligenza. E mille soluzioni possibili.

In mezzo a tutto questo il caso che se ne sta lì, annidato, sempre pronto al morso finale. Un capriccio, una pura variante di calcolo, un residuo di legge fisica e tutto il nostro sapere svapora. S’infrange come fa la pallina da tennis quando impatta sul nastro della rete. Se cade di là hai vinto tu, se rimane di qua ho vinto io. E non c’è Federer che tenga.

Lo sanno benissimo questi uomini del biliardo che, nel codice da iniziati dei loro sguardi, cercano sicurezza offrendo sfide. C’è una muta intesa nei loro geni. La memoria attiva di antichi guerrieri che nell’arte della battaglia celebrano la vita seminando la morte.

L’esasperazione di luminosità e contrasto di questi scatti in bianco e nero ripropone, inalterata, quell’eterna epica. Chi ne uscirà oggi vincitore? Questo o quello? L’arte o la sorte?

La tensione è all’apice. È il silenzio a parlare in questi momenti di surreale immobilità, che già da sola si fa azione.

Intanto, fuori, il tripudio di colori del tramonto si spegne. Con lui anche il generatore. Un colpo di tosse, un rantolo e l’elettricità se ne va. Dal fondo della sala le ombre avanzano. Prima furtive poi sempre più decise. Conquistano gli angoli, aggrediscono spazi su spazi, cancellano corpi e volti. Sempre più flebilmente contrastate da quel fil di grigio che agonizza dai vetri delle finestre.

Rapidamente la linea netta di demarcazione tra luce e buio si fa impalpabile, evanescente, indistinta. Come i peli di cammello, l’uno bianco e l’altro nero, che Adì, figlio di Hatim, mise sotto al cuscino. Quei fili sono il nero della notte e il bianco del giorno.  Come fu per Adì, solo quando saranno tra loro irriconoscibili pure a me sarà consentito nutrirmi. Di cibo per il corpo, di forza per la mente e per lo spirito. E allora quella sfida, lanciata sul tavolo da biliardo, potrà dare il proprio responso.

Tu o io, il fato o il sapere, tutti o nessuno. Poco importa. Sta a ciascuno di noi, a noi soltanto, esistere. Sopravvivere. E resistere.

E allora via, la bilia verso la prima sponda, di rimbalzo sulla seconda e poi in cerca di quella avversaria, con il castello di birilli negli occhi. E vada come deve andare…

Il presente racconto è stato pubblicato sul settimanale Ticinosette

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