Il Disco della Domenica: New Order-Movement

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Il Disco della Domenicadi Jacopo Scarinci

Immaginate di subire un trauma di quelli tosti e, elaborato il tutto, svegliarvi una mattina sentendo il bisogno di uscire di casa il prima possibile e fare un sacco di cose nuove, di fare nuove esperienze, magari partendo dall’andare al solito bar facendo una strada nuova. Indipendentemente dal piano in cui si trovi il vostro appartamento, dalla vostra porta al mondo fuori, quella mattina, potreste metterci 36 minuti e 12 secondi. La durata di “Movement”, primo disco dei New Order.

New_Order_Movement_CoverLa routine dei Joy Division, gruppo che meriterebbe enciclopedie a parte, viene interrotta dal suicidio di Ian Curtis. Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris si guardano negli occhi e decidono di andare avanti. Prendono qualche demo registrato con Curtis, fanno uscire un primo singolo e, anno dopo anno, portano le atmosfere tenebrose, i fantasmi, le processioni funebri verso un synth pop pieno di stile, talento e pace. I testi lugubri e drammaticamente autobiografici di Curtis lasciano spazio alla meravigliosa semplicità di “Temptation” e “True Faith”. Ma in mezzo… In mezzo c’è “Movement”, inizio e fine, ma soprattutto un movimento, appunto, tra due ere. Un disco di un’importanza indefinibile, nonostante Bernard Sumner, voce dei New Order, abbia più volte affermato di odiarlo e di non averne mai posseduta nemmeno una copia.

“Movement” è l’uscita dal trauma che porta in dote canzoni pienamente in “stile Joy Division” come “Doubts Even Here”, il cantato di Sumner che imita al limite dell’imbarazzo il tono profondo di Curtis e quell’enorme disagio esistenziale che è sempre stato la specialità della casa. Ma “Movement” è anche l’entrata in un mondo nuovo, con la perla “The Him”. Alle tastiere c’è Gillian Gilbert, vera protagonista della veloce svolta, del “New Order”: l’eredità curtisiana viene rielaborata, come se in una stanza buia entrasse un piccolo spiraglio di luce che ti fa vedere, in una forma che non immaginavi, delle cose che prima ti sembravano solo ombra. Ciò che faceva paura, adesso, davanti alla luce, lo fa un po’ meno.

Un disco da ascoltare, riascoltare e capire nel profondo. Un disco che è come un rito di passaggio, una colonna sonora adatta e perfetta per ogni cambiamento, forzato e non, del quale nella nostra vita abbiamo dovuto, o voluto, essere protagonisti. Musicalmente, il trait d’union che collega idealmente il doloroso disincanto di “Love Will Tear Us Apart” alla cavalcata synth di “Blue Monday”.

Un disco che è il nostro scendere le scale, alla ricerca di una boccata d’aria che aiuti a riorganizzare il proprio mondo in un “nuovo ordine”.

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