Il governo sta coi padroni?

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Ecco, dopo il Gottardo è il momento del settore della vendita. Il governo ticinese, che dovrebbe rappresentarci tutti, finisce sempre più per rappresentare solo un’ala borghese.

Il sindacato si sorprende per l’unanimità, che però non è tale. Bertoli, infatti, non ha mai potuto trattare il messaggio governativo, prodotto quando lui non era ancora stato eletto in Consiglio di Stato ed esaminato poi dal Gran Consiglio quando lui non era già più parlamentare. Ora l’attuale Governo fa una conferenza stampa a favore della nuova legge. Bertoli non vi partecipa, diverse testate correttamente parlano di Governo schierato a maggioranza e chi ha fatto lo sforzo di intervistarlo ha potuto anche riportare il suo pensiero, che è contrario a questa modifica di legge e quindi al prolungamento dell’orario di apertura dei negozi.

Il ministro socialista si trova così sempre più isolato in un gremio che di per se stesso va avanti come un treno in galleria, schiacciando tutto ciò che gli si para davanti. UNIA comunque precisa alcune cose che necessitano di venire alla luce, per fare in modo che i cittadini possano essere informati decentemente.

Le tre aperture domenicali supplementari, in votazione il 28 febbraio, sono già di per se stesse un peggioramento, aggiungendosi alle due già esistenti, portando così il totale a 5. Le deroghe diventano una specie di farsa. Sarebbero concesse in merito a manifestazioni popolari, sportive o culturali. Si specifica se un grande magazzino può organizzare una corsa popolare e tenere così aperto? Aggiungiamo l’apertura domenicale per i negozi a ridosso della frontiera (leggi: Foxtown) e il quadro comincia a farsi bello chiaro.

Come al solito per far passare l’indigesto minestrone si sventola la carotina: se passa il sì, contratti colletivi per tutti. È una bufala. Analisi giuridiche stabiliscono che non è possibile ancorare l’entrata in vigore di una legge alla sottoscrizione di un contratto collettivo e, anche se fosse, il contratto di per se stesso sarebbe ridicolo in quanto sancirebbe, alla sua attuazione, un peggioramento delle condizioni di lavoratrici e lavoratori.

Siamo in tanti, e non abbiamo bisogno di quella mezz’ora e di quello che insidiosamente si trascina dietro perché, sappiatelo, il prossimo passo saranno le aperture fino alle 20, e poi 24 ore su 24. Il nostro Paese vuole davvero, in nome della crisi o del presunto profitto, peggiorare ancora di più il proprio tessuto sociale?

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