La libertà di satira o è sempre, o mai

Di

Charlie Hebdo Scadi Jacopo Scarinci

Non ho la minima idea se Riss, nuovo direttore di “Charlie Hebdo”, disegnando un cresciuto Aylan nella veste del palpeggiatore di donne occidentali stesse o no denunciando i crescenti casi di razzismo che hanno fatto da immancabile seguito all’agghiacciante Capodanno vissuto a Colonia.

Non ho la minima idea se l’intenzione del disegnatore fosse davvero quella di fare una denuncia come ha detto o meno, e sinceramente non me ne può fregare di meno. L’indignazione montante però fa riflettere. Disegnare un Dio assassino è libertà, e quindi che vescovi e imam se ne stiano zitti. Altrettanto forte sinonimo di libertà è prendere per il culo le religioni, soprattutto se dei terroristi trucidano una redazione intera in nome di quello stesso Dio “offeso” da un pugno di vignettisti. Gli stessi che si sono indignati per queste libertà lese dai critici di “Charlie Hebdo” ora, però, sono incazzati neri perché di mezzo c’è finito Aylan, rappresentato appunto come un adulto palpeggiatore.

Qui non si è parlato di libertà, no. Qui sono partiti il coro di disapprovazione col mento un po’ all’insù, il perbenismo, il politicamente corretto nemico per eccellenza della satira, il “c’è un limite a tutto”. Va bene che pretendere coerenza da chi bercia sui social è complicato, va altrettanto bene che ognuno abbia la propria sensibilità. Ma la libertà o è sempre o è mai. E la libertà è anche far satira su Aylan, la libertà è denunciare la criminalizzazione dei musulmani rappresentando il fatto che per buona parte dell’opinione pubblica europea i musulmani siano degli stupratori.

Faccia schifo questo, non la satira difesa fino all’altroieri e che ora improvvisamente secondo qualcuno pare si sia spinta troppo in là. Soprattutto perché se si è spinta troppo in là vuol dire che ha svolto appieno il proprio lavoro.

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