La parola che nasce

Di

libridi Daniele Fontana

«Mamma mano». Nello sferragliare pneumatico di una meccanica assordante, sovrastata a sua volta dal boato sonico delle pompe d’acqua, la bimba di diciotto mesi, chiusa nel veicolo infilato in un autolavaggio, cerca il suo più grande conforto. Che siede lì, nel sedile davanti a lei.

Il sorriso della mamma, la mano di lei chiesta e ottenuta, ridanno alla piccola la morbida sicurezza che di poco precede l’abbraccio schiumoso dell’infernale marchingegno.

L’epica ardimentosa si compie ben oltre e prima della sconfitta del mostro meccanico. Sta nella manifestazione di quella richiesta di soccorso. Quel sintagma elementare e insieme assolutamente perfetto pronunciato per la prima volta. Due sostantivi avvicinati in una composizione di senso immensamente potente. Su quel doppio asse la piccola – oh, quanto ancora piccola – ha costruito trionfalmente il proprio ingresso nel mondo compiuto dei grandi. Ed è meraviglia. È prodigio. È l’incanto sempre nuovo dell’intelligenza.

Lo sbocciare delle parole nella sua vita le toglie a noi, persi nella gioia entusiasta di questo mistero. Già visto, vissuto, persino studiato sui libri, eppure nuovo e sorprendente colto così da vicino.

Avete mai potuto ammirare il farsi delle parole in un bimbo?

Vengono a galla da un brodo primordiale, in cui si materializzano secondo leggi misteriose. Emergendo da abissi ancestrali, componendo e seguendo filamenti originati chissà dove, chissà come, avviluppati come sono, parrebbe, alle eliche stesse del DNA. Danno forma ad amalgami impenetrabili, prossimi al nucleo metafisico del sapere, dell’essere. Lo intuisci, là sotto, quel farsi incessante e silenzioso di ponti, di strutture, esili e insieme saldissimi, tra l’essenza e la coscienza. Elaborazioni dapprima mute, poi balbuzienti, in composizioni cangianti, che si strutturano da sé medesime tra plagio e creazione. Sono piccoli, enormi passi, dapprima singoli e poi a grappoli, sul cammino di una seconda nascita. Da guida di se stesso. L’annunciazione balbuziente e letteraria di una vita davvero finalmente conclamata. Il comporsi meraviglioso di un mosaico atavico. In quei bimbi, che quasi tutto già comprendono, il confronto con le parole è gigante, pervasivo, totalizzante.

L’universo dei segni è andato costruendosi da millenni. Tutto sembrerebbe essere già stato detto, scritto e forse anche pensato. Ma l’eterno stupore, generato dal compenetrarsi di suoni e di significati, accende sul tavolo dell’universo la luce di nuove stelle, l’infinita possibilità combinatoria che insieme precede, segue, ed è la sostanza stessa della parola. La cosa che più di ogni altra assomiglia all’idea di un dio.

Il presente racconto è stato pubblicato sul settimanale Ticinosette

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