Lo stretto raddoppio

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Di

Gottardo Stretto Messinadi Marco Narzisi

Andare verso il Sud Italia senza affidarsi a un volo diretto è come attraversare una sorta di implicito fuso orario che viaggia su chilometri di binario unico: qui l’Alta Velocità è tale solo nei prezzi, i tempi son sempre quelli, i binari anche, il vecchio Intercity si prende il suo piccolo momento di gloria sul giovane FrecciaRossa, tanto più veloce di così non si può.

E allora si usa il tempo per guardare fuori dal finestrino, si recupera il senso del viaggio come percorso in sé e non come mero spostamento fisico da un posto a un altro: ci si ferma in stazioni calate nel nulla siderale o spinte sull’orlo della scogliera, attendendo il treno che arriva per ripartire in mezzo ai fichi d’india e le ginestre, il mare da un lato e minuscoli paesi tenacemente abbrancicati a ripide rupi e picchi di montagna dall’altro, ogni tanto qualche cittadina con le case che danno giusto sui binari, una sorta di tributo all’arte del pettegolezzo e dell’osservare dalle finestre.

Poi si arriva nella punta estrema dello Stivale, e ogni fretta, ogni frenesia perde di significato: qui non si sfreccia su treni a 300 km/h o su autostrade a quattro corsie: qui, sullo Stretto, si naviga, ora come mille anni fa, ancora fra Scilla e Cariddi, oggi su navi metalliche che sovrastano barche di pescatori in legno. Qui non si corre, non si scatta: si aspetta, semplicemente, come da millenni. 10 minuti, forse 20, poi altri 25 per traghettare, briciole tutto sommato. E il tempo dell’attesa non è perso se, davanti a me, si apre uno spettacolo a cui non vorrò mai abituarmi, la meraviglia dello Stretto di Messina, quel braccio di mare di millenaria e letteraria fama, là dove le forti correnti e gli improvvisi vortici partorivano nelle menti di uomini antichi la terrificante idea di Scilla e Cariddi, orridi mostri pronti a divorare equipaggi e risucchiare intere navi.

E penso che, in fondo, è da vecchi tirchi, da nevrotici, da parvenu della modernità essere così gelosi e avidi di queste briciole di tempo da voler sfregiare quella meraviglia della Natura con un ponte di metallo alto 380 metri, nello sventrare colline già massacrate da secoli di strafottente dissesto idrogeologico, nel voler ammorbare l’aria dei fumi di migliaia di auto, nel dilaniare un ecosistema unico, in cui il pescespada convive con lo squalo bianco e la tartaruga marina è da Doctor Frankenstein della porta accanto l’idea di sostituire Scilla e Cariddi, creature sanguinarie e feroci, ma tuttavia naturali e vive, con una grottesca imitazione fatta di acciaio e tubi di scappamento pronte a divorare quanto di bello rimane a queste terre martoriate.

E poi con la testa torno 1’300 km più a Nord, e penso anche che la battaglia contro il Ponte sullo Stretto sia gemella di quella contro il raddoppio del Gottardo: l’avidità di oreminutisecondi, la paranoia della produttività e dell’ottimizzazione, la nevrotica fretta dei tempi nostri hanno fatto del tempo un idolo da adorare, un Moloch a cui sacrificare, vittima innocente e incolpevole, il nostro territorio, l’ambiente che ci circonda, il Bello in sé, una divinità che in cambio della venerazione dispensa produttività e progresso ai suoi fedeli e frettolosi adepti. Abbiamo concepito l’idea che l’attesa, non importa quanto lunga, sia un peccato mortale, un tabù da non infrangere per nessun motivo, onde evitare di essere divorati dalle fauci inesorabili del dio Tempo e della sua figliastra Produttività.

Ma c’è chi questa divinità non la venera, c’è chi, blasfemo ed empio, ritiene l’Ambiente più importante del Tempo: siamo noi, eretici del XXI secolo, che dallo Stretto alle Alpi, combattiamo per difendere l’ambiente, tutto ciò che di puro e naturale ci resta, dall’avanzare di una marea grigia di cemento, acciaio e asfalto, sosteniamo il principio dell’adattare i nostri stessi tempi alle necessità dell’ambiente piuttosto che travolgerlo in nome della fredda efficienza.

Crediamo, noi ultimi paladini di un mondo che si corrode pian piano, che ai nostri figli vogliamo lasciare mari puliti, colline verdi e solide, prati verdeggianti, aria pura: di cemento e acciaio ne abbiamo respirato abbastanza.

Crediamo nell’eresia di un mondo migliore, pulito, vivo. E il rogo non ci fa paura.

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