Maurizio Canetta: “Criticateci, ma non vivete di pregiudizi e cliché”

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Di

canettadi Jacopo Scarinci

Il 15 gennaio il GAS ha pubblicato un articolo di Corrado Barenco fortemente critico nei confronti di Rete Uno e del suo palinsesto (leggi qui). Per saperne di più e per approfondire il tema dell’importanza della radio in un mondo sempre più tecnologico abbiamo contattato il Direttore della RSI, Maurizio Canetta.

Devo fare una premessa.

Prego.

Non sarò breve, perché il pezzo dell’amico Barenco (per tutti Baco) è perentorio e liquida con parole secche e pesanti (“programmi di livello infimo”, “follia totale”, “pochezza disarmante”) un intero settore. Non è giusto che il lavoro di colleghe e colleghi venga affrontato in questo modo senza portare esempi concreti.

Le critiche rivolte a Rete Uno da Barenco fanno pensare. Il servizio pubblico viaggia anche attraverso la radio, e anche attraverso la radio va garantito: tendere a imitare un po’ troppo lo stile di alcune trasmissioni delle radio private non sminuisce l’importanza e il prestigio della rete ammiraglia?

Non credo che Rete Uno imiti lo stile di alcune emittenti private. Abbiamo costruito una griglia che prevede programmi proprio per costruire un filo, durante la giornata, che prescindesse dal puro accompagnamento. Vado al dettaglio dei programmi che Barenco critica con veemenza. “Diritti e rovesci” è una splendida intuizione: si parte da un confronto, si parla attorno al tema, si evocano situazioni, legami di natura umana, sociale, culturale (libri, film, musica). Dal pretesto – è intrattenimento, lo ricordo – “calvi” o “capelluti” si può parlare di Sansone e Cesare Ragazzi, di Bibbia e marketing, di moda, di rapporto con il proprio corpo, di essere e apparire. Lo si fa anche in tono giocoso, vero, e il sondaggio è un puro divertissement, un elemento minimo del programma. Il consiglio del pubblico ha discusso questo format, ne ha identificato alcuni limiti, sui quali la redazione ha lavorato e lo stesso consiglio del pubblico, qualche mese dopo, ha riconosciuto i forti miglioramenti. È un programma di contenuti e mi piacerebbe fornire a Barenco la lista dei libri, dei film, dei dischi citati durante le discussioni.

Ho scorso le scalette di “Non chiamatemi Sandra”. Cito un po’ alla rinfusa dalla prima settimana dell’anno nuovo. Chi è Donna Tartt? Dialogo con il suo traduttore (anche autore di un libro); esce al cinema Macbeth, 400 anni dalla morte di Shakespeare, intervista a un critico teatrale; la stampante 3D per le opere d’arte pensata per i ciechi: ma a loro interessa davvero? In collegamento Manuele Bertoli; Toxic worker (intossicati da lavoro), chi sono? Con la psicologa del lavoro Raffaella Delcò. Ditemi voi se questi sono i contenuti di un programma “di livello infimo”. Certo, il tutto è trattato con leggerezza, che non vuol dire né superficialità né banalità.

“Il carillon” è un oggetto che tutti hanno nella memoria, così come il suo suono. Anche qui un pretesto (raccontate il vostro carillon) per viaggiare nella memoria, senza pretese di affrontare i fondamenti della vita, che poi però un po’ vengono fuori. Ogni giorno due spezzoni radiofonici della stessa data di qualche decennio prima e un ospite a commentarli. Uno dei molti esempi: un pezzo d’archivio pre-natalizio con Mariuccia Medici che intervistava la gente sui regali di Natale. Al telefono una “giocattolaia” di Locarno che parlava dei giochi del passato. Poi, nella seconda ora, ad esempio, un’intervista a Pozzetto in scena a Locarno, i 30 anni del Teatro dei Fauni, Giada Marsadri in studio per parlare dello speciale Giacometti alla RSI (e dell’anniversario dello scultore, ovviamente), un’intervista a un accademico della Crusca sull’etimologia della parola carillon.

Bastano questi elementi, secondo me, per dire che redazioni, conduttrici e conduttori lavorano sui contenuti, sulle idee, sui fatti e sugli eventi.

È vero che il senso di comunità e di partecipazione del pubblico è completamente cambiato rispetto ai tempi delle dediche della domenica pomeriggio (“Alberto dedica questa canzone a chi sempre lo ricorda”), i social media hanno stravolto il mondo. Non tenerne conto sarebbe un peccato mortale. L’eccesso va certamente bandito e limitato, ma nego decisamente che il pubblico sia il vero editore dei programmi.

“Millevoci”, per esempio, tratta temi di società, di cultura, di economia e di politica. Da sempre l’intervento del pubblico è un suo elemento essenziale, da sempre sono al microfono giornaliste e giornalisti che stimolano gli ospiti, fanno domande, mediano gli interventi del pubblico. Non è una dismissione del ruolo, anzi.

Barenco critica molto la programmazione pomeridiana.

Il pomeriggio, secondo Barenco, è fatto per “gratificare l’ego dei conduttori”. No, caro Baco, è animazione con racconto e musica, cosa che è sempre esistita e sempre esisterà alla radio. In più ci sono “Ti faccio una cassetta”, dove si racconta la musica attraverso le copertine dei dischi, i fatti e i racconti legati alle canzoni e “Andata e ritorno”, che con la squadra esterna scandaglia la Svizzera italiana e non solo. Ci sono conduttrici e conduttori che piacciono ad alcuni e meno ad altri, è la legge del mondo dei media, ma liquidare il tutto con tre aggettivi mi pare atteggiamento inutilmente sprezzante. Rete Uno ha tre momenti di gioco durante la giornata, durano pochi minuti, resistono nel tempo. È una colpa? Non mi pare.

Posto che ogni rete ha le sue specificità, l’affetto con cui sono seguite Rete Due e Rete Tre ne è la testimonianza, quali soluzioni potrebbe intraprendere la RSI per rispondere alle critiche che a volte colpiscono Rete Uno?

Rete Uno sta cambiando pelle, è un lavoro non semplice per la rete così detta “ammiraglia”, che resta di gran lunga la più ascoltata. I dati d’ascolto annuali, che sono appena usciti, dicono che il calo dello share (percentuale di ascoltatori sintonizzati su quel canale) degli ultimi anni – in buona parte fisiologico – si è attenuato e che, ad esempio, i contatti sono aumentati. Rete Uno deve fare questo lavoro e lo sta facendo, perché oggi il compito delle reti generaliste è il più complicato, moltissime sono infatti le fette di pubblico e trovare il punto di incontro per tutte le esigenze è impensabile. Secondo me è diventata oggetto di critiche in un momento in cui tutta la RSI è diventata un bersaglio facile e a basso costo. Ascoltate e fate osservazioni, ne siamo contenti, ma, per piacere, non vivete di pregiudizi o di cliché ripetuti ad orecchio. Noi continuiamo ad essere convinti che Rete Uno ha una grande forza di attrazione ed è fatta da persone che hanno qualità e competenza, dobbiamo uscire dall’angolo in cui molti cercano di metterci. Lo facciamo e lo faremo con la forza delle idee e con il lavoro quotidiano. Riflettiamo, ci critichiamo, ci miglioriamo e ascoltiamo.

La radio viene erroneamente considerata come un mezzo antico, superato dalla tecnologia e dal progresso. Invece viene ascoltata ancora da molta gente. Come vede ora, e immagina in futuro, il servizio pubblico offerto dalla radio?

La radio è stata data per morta con l’avvento della televisione, ed è ancora lì. Ha una capacità di adattamento ai tempi incredibile, ma soprattutto rappresenta un elemento irrinunciabile per moltissime persone, perché è agile, arriva dalla gente, entra nelle case, ci parla direttamente (citazione “finardiana”), accompagna, sì, ma fa anche fermare a pensare e riflettere. Deve farlo anche con il tocco leggero dell’intrattenimento. Credo che la radio di servizio pubblico debba seguire il cammino del nuovo mondo (internet, podcast, web, radio con immagini) perché ha la capacità di sperimentare con relativamente pochi mezzi e poi di inserire i cambiamenti in fretta. Non deve però perdere il senso profondo della sua specificità, che è fatta di informazione, cultura, sport e intrattenimento con un “suono” che deve essere riconoscibile per il pubblico.

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