No al canone Billag?

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Di

rsidi T-800/101

In questi giorni siamo di fronte a dei fatti che, più che altro, sono dolorosi. Dolorosi, perché ci siamo svegliati come belle addormentate nel bosco scoprendo che l’ultima vacca sacra, di sacro, non ha più nulla.

Il lento smantellamento delle ex regie federali, il mito del posto fisso, ha subito un altro colpo, facendo cadere i Ticinesi, grazie a questi 18 sacrificati, in un baratro che pensavano riservato solo ad altri.

GAS è andato a parlare con i dipendenti della RSI, per capire che aria tira, per raccogliere sensazioni e percezioni, per capire, in fondo, quali sono i sentimenti di coloro che in questi giorni, vivono sulla propria pelle il clima pesante che pervade l’azienda. Ovviamente non chiameremo le persone col loro vero nome, per permettere loro la giusta serenità nell’esprimere giudizi: useremo perciò dei nomi fittizi. Sono persone che ogni giorno prestano la loro arte, la loro competenza per rendere più lieve la nostra giornata. Persone che credono nel proprio lavoro e che, ci tengono a dire, mettono passione nel proprio compito

Mario: “La sensazione è di precarietà, il preavviso inesistente nei licenziamenti, anche se si sapeva che delle teste sarebbero saltate, ha creato molta ansia. Quello che angoscia è non sapere quale sia il criterio, che l’operazione sia stata svolta come se l’azienda fosse una banca. Ferisce vedere persone che lavoravano in azienda da 30 anni allontanate così. Poi non ci sono solo i licenziamenti, ma anche le diminuzioni di percentuali sui lavoratori parziali. Insomma, la sensazione, se proprio vuoi saperlo, è di una certa presunzione da parte della direzione. In periodo di vacche grasse c’era fieno per tuti e ora a pagare non sono magari le persone che lo meriterebbero maggiormente.”

Carla: “Io sono sotto shock, dopo le prime telefonate di colleghi che mi raccontavano dei licenziamenti. Tutti sono scandalizzati, a quanto ne so non solo i dipendenti, ma anche alcuni quadri intermedi. La paura è tanta, perché ti crollano tutte le certezze. Hai l’impressione che bravura o esperienza non siano più fattori validi per evitare la defenestrazione. Certo, tra i licenziati c’erano due o tre fancazzisti, ma il metodo e le modalità sono stati tragici. Per i 40 milioni di diminuzione dettati dalla confederazione in merito all’eliminazione dell’Iva, il sindacato aveva anche fatto delle proposte, per evitare licenziamenti, ma non sono stati ascoltati. Si parla di tentativo di smantellamento dell’ente, ma l’impressione è che si sta facendo il massimo per dare una mano, politicamente, a quelli che martellano ogni giorno la RSI.”

Emilio: “Io penso che alcuni in fondo meritassero il licenziamento, e il problema dei risparmi chiesto da Berna è reale. Detto questo, la vera cazzata è stata nel non preparare un sensato piano di comunicazione nei confronti dei dipendenti. A questo punto tanto vale che ci tiriamo noi le mazzate da soli, costava tanto fare una conferenza stampa preventiva, magari spiegando alla gente il perché dei licenzamenti? Era difficile usare un approccio più umano nei confronti dei licenziati, per esempio pensando alla figura di uno psicologo che coadiuvasse i securini, che seppur discosti non creano un bel clima?”

Olmo: “Capisco che la direzione si è trovata per la prima volta di fronte ad un problema del genere, e penso che per comodità e paura, si siano fatti consigliare da qualcuno che ha messo in atto metodi da Leman Brothers. I peggiori in assoluto. Mi domando come si sia potuto permettere un atteggiamento del genere. La sensazione, paro paro, è di essere stati trattati come dei ladri. Chiaro, non ci sono modi belli di licenziare qualcuno, ma vedere gente che da 30 anni lavora nell’ente andarsene in lacrime crea, anche per chi rimane, un clima di sconforto. Le cose le vieni a sapere comunque, non è che se sposti il vitello da macellare dietro una paratia gli altri non se ne accorgono. Il nostro è un lavoro come un altro, non dico di no, ma è un lavoro che richiede passione. Noi dobbiamo trasmettere buonumore alla gente, come pensate che si sentiamo? Possiamo lavorare con questa spada di damocle sulla testa, con l’idea che una mattina vai in caffetteria e qualcuno ti mette la mano sulla spalla?”

Franco (pensionato): “Che io sappia alcuni hanno dovuto lasciare l’azienda con un buon piano sociale però. Comunque un mio conoscente è stato mandato a casa proprio il giorno del suo compleanno, un’altra collega è scoppiata in lacrime, bella sensibilità! Dal canto mio l’impressione è che si sia voluto fare un repulisti con alcuni casi conclamati di fancazzismo, non tutti, ovvio, molte brave persone sono state buttate fuori comunque. In questa situazione Canetta ne esce male, soprattutto dopo la recente assunzione di Savoia. Comunque l’azienda ne esce indebolita e questo, anche se non ci lavoro più, mi fa male.”

Sì, fa male. Fa male perché per la prima volta l’azienda che tutti conosciamo, quella del Cane Peo e di Falò, taglia la carne viva. Questa azienda è importante per noi, per la nostra cultura, per le nostre tradizioni, per la multiculturalitá e il federalismo. Una cosa è l’azienda e una cosa la direzione che non ha saputo gestire in maniera umana, matura e consapevole dei dolorosi allontanamenti.

Tra poco saremo chiamati a votare per quella farsa di iniziativa che è “No al canone billag”. Se non vogliamo che questi 18 drammi personali diventino 2 o 300 il nostro ente radiotelevisivo ticinese va difeso. Anche dall’interno, con politiche più lungimiranti e rispettose di gente che spesso ha dato l’anima per il proprio lavoro e che ritiene la RSI una seconda casa.

Questo vale naturalmente, almeno per noi, anche per tutti i lavoratori in qualsiasi ambito, che troppo spesso diventano numeri invece di vite, risorse umane al posto di persone.

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