Paolo Sollier, il calciatore compagno

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di Marco Narzisi

In tempi in cui il giocatore della Roma e simpatizzante di Forza Nuova Daniele De Rossi sfoga il suo fasciorazzismo sullo juventino Mandzukic, ci scaldiamo il cuore rievocando storie di calcio d’altri tempi e nettamente di segno opposto, roba rara ma che da un certo punto di vista ci riconcilia con il pallone.

Torino, 1 febbraio 1976, Stadio Comunale: si gioca Juventus – Perugia.

Un giocatore della squadra umbra in maglia rossa, un ex operaio della FIAT, capelli lunghi e barba ribelle si piazza a centrocampo, alza lo sguardo, punta la platea, cerca forse con lo sguardo l’avvocato Agnelli, e compie un gesto simbolico, di appartenenza e militanza: alza il pugno sinistro chiuso in un saluto comunista, proprio davanti agli occhi del suo ex padrone, nel suo stadio, contro la sua squadra.

Lui è Paolo Sollier, calciatore per caso e compagno militante, come si autodefinisce, in tasca la tessera di Avanguardia Operaia, nello zaino in spogliatoio libri di Pavese e Evtušenko, l’operaio che è passato dalla fabbrica ai campi di gioco, percorso di recente compiuto da James Vardy del Leicester.

Sollier non ha sfondato, non è andato a giocare in una grande squadra: dopo la stagione in serie A con il Perugia milita in serie B e C, fino al ritiro: attualmente allena l’Osvaldo Soriano Football Club, sostanzialmente la Nazionale di calcio italiana degli scrittori, un modo forse per portare ulteriore poesia in un calcio che ormai è ai limiti della pornografia. Del suo passato di calciatore compagno ci resta l’autobiografia “Calci e sputi e colpi di testa”, in cui racconta il mondo del calcio dal suo punto di vista divergente, che gli costò peraltro il deferimento da parte della Federazione.

Ci manca uno così, in un calcio ormai da un lato quasi egemonizzato, sugli spalti e anche in campo, dalla destra neofascista, e dall’altro diventato ormai una sorta di passerella per starlette in scarpini colorati e capigliature trendy, ignoranti e banali; ci manca un Igor Protti acclamato dalla curva “rossa” del Livorno come un capo ultrà in campo, o un Riccardo Zampagna, ex tappezziere divenuto bomber, col suo pugno alzato a ricordo del padre operaio e il ritiro precoce di fronte allo scempio del calcio moderno. Un calcio di uomini veri, non di mercenari da copertina.

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