Vittori, Mennea e “l’aiutino”

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Di

Mennea Vittoridi Libano Zanolari

Gli dei dell’Olimpo gli hanno fatto dono d’una morte fulminea la vigilia di Natale, all’età di 84 anni. Il “Professore”, come era chiamato Carlo Vittori nel suo “regno” di Formia, aveva partecipato da poco ai festeggiamenti per il 60esimo anniversario della fondazione del Centro Olimpico Italiano, lamentando, testuale, la “scomparsa dell’atletica italiana”, di quell’atletica con la quale aveva osato sfidare, vincendoli, gli statuari afroamericani: portavano nel sangue l’impronta genetica della sopravvivenza alla schiavitù, mischiata alle condizioni ideali di nutrimento e assistenza delle università californiane. Eppure…

L’ossuto, ombroso figlio del sud Mennea nel 1979, a Città del Messico, arrivò al primato mondiale nei 200 in 19”72 togliendolo a Tommy “Jet” Smith (19”83). Conobbi Vittori nel 1972 . Con grande generosità, mi spianò la strada per un servizio su Borzov, Saneyev e tanti altri, a casa sua. C’era anche Ter-Ovanesian, il lunghista. Un ucraino, un georgiano e un armeno sotto la stessa bandiera: altri tempi. I sovietici erano reticenti nei confronti dello strano, giovane reporter “occidentale”, un po’ troppo ficcanaso per le loro abitudini. Vittori, che seguiva il meeting di Zurigo alla TSI in casa di amici milanesi, fece da mediatore. Odiava la cultura del doping (che l’avrebbe fatalmente messo da parte) a tal punto da rimproverare aspramente Mennea per avermi chiesto di portargli delle innocenti compresse effervescenti, “Supradyn”, poi scoperte dal “Professore” negli spogliatoi. “Ricordati”, mi disse, “che Pietro in cinque anni di allenamenti durissimi ha preso solo 1kg e 850 grammi”, senza una sola pasticca. “Studia i mutamenti del fisico”, mi disse, “e capirai subito chi ha preso gli anabolizzanti da una stagione all’altra, guarda la massa muscolare.” “E poi, che dico? Ai controlli risultano tutti puliti”, risposi. Mi guardò male.

Sui boicotti incrociati USA-URSS degli anni 1980 (Mosca) e 1984 (Los Angeles) aveva un’opinione talmente sua che nessuno osò prenderla sul serio: avevamo (avevo) molto probabilmente torto. Sosteneva che la guerra in Afghanistan era solo un pretesto per sfuggire a uno scandalo che, allora, avrebbe avuto un enorme peso politico: i sovietici erano in grado di smascherare le sostanze dopanti “segrete” usate dagli occidentali: ma non lo avevano mai fatto. Gli americani avrebbero continuato a usarle convinti che fossero “undetectable”, non rintracciabili. A Mosca sarebbero caduti in trappola.

Mennea arrivò a pesare al massimo 68,5-69kg distribuiti su un’altezza di 1,78: eppure flagellando il suolo con i talloni dei suoi piedi piatti cancellò Tommy “Jet” Smith, alto 1,92 e pesante 84 kg. Per arrivare a tanto Vittori abbinò la fame atavica d’un ragazzo del sud alla sua. Presente alle Olimpiadi di Helsinki nel 1952, ma non dotato come Pietro, da tecnico si prese una clamorosa rivincita. Sfidò tutto e tutti ed ebbe ragione. Non concesse mai nulla: non era democratico, e lo diceva. Vuoi lavorare con me? Ecco cosa ti aspetta, prendere o lasciare senza commenti e soprattutto senza scuse. Aveva una grande antipatia per il mondo che incombeva e che avrebbe trionfato. Gli raccontai che per raccogliere due battute in favore di “Telethon” al meeting di Zurigo dovetti lottare molto con gli avidi procuratori che pretendevano soldi. Il luterano di Ascoli Piceno si scandalizzava sempre più. Non accettava nessuna scorciatoia, nessun alibi. Nudo e puro. “Un fanatico, fuori dal tempo” dicevano i suoi detrattori. Per Carlo Vittori contavano solo il lavoro, la metodologia e la forza mentale.

Dov’è finito nel frattempo lo sport è sotto gli occhi di tutti.

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