Cristo si è fermato a Yalova

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Di

Profughidi Lisa Bosia Mirra

Hanno i muri scrostati le case dei profughi di Yalova. Appena entri senti l’umidità e il freddo penetrarti la giacca e resti lì come un salame, non sapendo se toglierla per cortesia o tenerla per non gelare. Poi ti accorgi che anche loro, i tuoi ospiti, hanno la giacca e il berretto anche dentro casa. I riscaldamenti sono desolatamente freddi. Il riscaldamento costa, e soldi non ce ne sono. Hanno i muri scrostati ma tanta umanità le case dei profughi di Yalova: non fai in tempo a sederti che ti portano un bicchiere d’acqua, il caffè e i dolcetti. Tutti. Anche i più poveri.

Ospitalità è una parola di senso per i popoli del Medio Oriente e non importa se l’incontro avviene sotto una tenda o in uno scantinato, l’ospite è sacro. Già, siamo ospiti di passaggio nella vita difficile, precaria di queste persone che ci aprono la porta di casa e ci permettono di entrare nella loro intimità, nelle loro storie. Noi che veniamo dal mondo che sognano di raggiungere ci sentiamo un po’ inopportuni, un po’ voyeur. Noi che abbiamo un biglietto di ritorno che ci riporterà a casa, al calduccio in meno di tre ore di volo. Noi che abbiamo il passaporto giusto. Loro no, non hanno il passaporto giusto. Loro non hanno più una casa, un terreno, un lavoro, l’automobile. Nell’esodo a cui la follia dell’Isis li ha costretti 18 mesi fa hanno perso anche alcuni parenti. Hanno perso quasi tutto, conservano la dignità.

Una dignità da profughi, che mantengono anche quando ti raccontano le loro disgrazie: la madre schizofrenica, il papà malato di cuore che è rientrato in Iraq per morire a Erbil solo tre giorni prima della nostra visita. L’impossibilità di accompagnarlo, di dargli sepoltura. La fatica del non capire la lingua, del non avere un posto in una società composta al 90% da musulmani. La piccola comunità è formata da famiglie siriache, aramaiche, cristiane. Sono 140 a Yalova, questa tranquilla cittadina che si affaccia sul Mar di Marmara, ad appena 24 miglia marittime da Istanbul. Il Bosforo, il profumo del kebab, le spremute di melagrana, la meraviglia del Topkapi e della moschea Blu sono a poche ore di distanza ma qui, a Yalova, è tutto un altro mondo.

Molti bambini non vanno a scuola, studiano a casa la lingua del Paese che sognano di raggiungere: Olanda, Canada, Germania, Australia. Il tempo lo si trascorre compilando application form per un ricollocamento nel quale tutti sperano ma che in pochi ottengono. Non possono lavorare, non è concesso dallo stato turco che li ospita. Hanno lo status di rifugiati UNHCR ma questo è tutto ciò che l’Onu mette loro a disposizione. Non la casa, non la copertura sanitaria, non un assegno per mangiare. Come fare allora? Si vende l’oro e una volta finito si chiamano i parenti all’estero. I fortunati che li hanno. E si chiede un aiuto, un sostegno, un prestito. Si cercano associazioni, ONG che possano dare una mano. È per questo motivo che siamo andati a Yalova, per trasformare il voyerismo della guerra in atti di solidarietà concreta: per portare aiuti immediati con la speranza di renderli duraturi.

Incontriamo bambini disabili senza le cure adeguate, in una famiglia addirittura due, autistici. Genitori impotenti che cercano di fare del loro meglio, lavorando qualche giornata in nero, rischiando di farsi arrestare: in Turchia non si scherza con la polizia. E un padre che prende in mano l’oud e si mette a suonare inondando la stanza di una malinconica melodia: canta Mosul, la città che hanno perduto. In Iraq faceva l’operatore umanitario: aiutava i curdi a ritrovare le salme dei parenti assassinati da Saddam Hussein. Un lavoro difficile. Adesso non riesce ad aiutare né sé stesso né la moglie né i tre figli. È arrabbiato, disperato e nervoso. L’unico che abbia mostrato la sua sofferenza in modo così palese. Gli altri sono solo disperati, chiusi in un discreto riserbo. I più giovani, quelli che non hanno a carico la nonna, figli, zii e sorelle sono un po’ più speranzosi: sono ben formati, chi ingegnere, chi insegnante di matematica, biologo. Sperano che questo li faciliti nel ricollocamento. Sperano di essere scelti per il Canada o l’Australia. Ecco, quest’idea del scegliere mi crea un certo disagio. Come si fa a sceglierne uno e dire di no ad un altro. Eppure funziona così, ci si danno dei criteri, e si sceglie.

Fa un freddo canaglia a Yalova, adesso che è inverno. Da quando sono tornata il desiderio della primavera si è fatto più impellente. Quando arriverà sarà un po’ più facile per le famiglie di profughi. Ci sono cose che ti cambiano per sempre, che invertono le tue priorità, che rimettono in discussione la tua vita. Yalova, per chi l’ha vista. I profughi. I loro sguardi, i volti segnati dall’indicibile stanchezza della fatica del sopravvivere.

Quando abbiamo salutato i nostri ospiti abbiamo augurato loro di non rivederli, di non trovarli quando torneremo tra tre mesi, abbiamo augurato loro di ricevere presto il visto che aspettano e di poter partire. Una vita nelle mani degli altri, nelle mani degli uffici immigrazione.

Da ultimo la difficoltà nel tornare, nell’ascoltare i discorsi sul carnevale, sulla doccia solare, sulla prossima vacanza. Tornare con la certezza che bisogna soprattutto sperare di non essere mai profughi e che è impellente rimboccarsi le maniche e dare una mano.

C’è tanto bisogno, tantissimo.

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