Il Disco della Domenica: Genesis-And Then There Were Three

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Di

Il Disco della Domenicadi Jacopo Scarinci

Due manne dal cielo per la musica sono state due incredibili sciagure per i Genesis: a) l’uscita dal gruppo di Peter Gabriel; b) l’arrivo del punk, con tutti i suoi mille “post punk”.

La discussione sul “meglio i Genesis di Peter Gabriel o di Phil Collins” va avanti da decenni. Un competentissimo talebano del purismo non ha comprato alcun vinile dei Genesis senza Gabriel, misconoscendo i lavori seguenti, anzi, li tratta alla stregua di traditori della patria. Uno con una mentalità più aperta può riconoscere che comunque l’impronta progressive e l’incredibile talento siano rimasti. Chi ha ballato “Invisible Touch” in discoteca a 17 anni e ha fatto le prime cassette alla fidanzatina con “In Too Deep” dentro preferisce sicuramente i Genesis di Phil Collins.

Genesis_-_And_Then_There_Were_ThreeL’addio di Peter Gabriel e l’arrivo del punk che ha ridotto a rovine archeologiche il progressive per come lo si conosceva avrebbero abbattuto un bufalo ma non i Genesis, i quali dovettero fronteggiare anche un secondo abbandono: quello del chitarrista Steve Hackett. “…And Then There Were Three” (E alla fine rimasero in tre) è la logica conseguenza, ironica e programmatica, di questi eventi. Come può un gruppo al limite del filosofico, che fa dischi pieni di riferimenti mitologici e biblici, con suite di 25 minuti e lunghi momenti strumentali finire a fare un pop da hit-parade? Ascoltando questo disco si capisce benissimo.

È il paradosso del surfista: se ti trovi davanti un’onda altissima e vai a sbatterci contro convinto come un kamikaze ci rimetti la pelle, se provi ad addomesticarla ne esci vivo. Il punk, l’arrivo dei video, della musica commerciale e dei poteri delle classifiche hanno portato i tre Genesis rimasti (Phil Collins, Tony Banks e Micheal Rutherford) a fare un pop commerciale, pieno di venature progressive, certo, ma ritenuto dozzinale dai vecchi fan. Non con tutte le ragioni, però. Perché, ad esempio, “And Then There Were Three” è un disco incredibilmente geniale. Ci sono le cavalcate prog di “The Lady Lies”, il nuovo corso pop di “Many Too Many” e “Follow You, Follow Me”, la delicatezza di “Undertow” e il grottesco/comico di “Say It’s Alright, Joe”. C’è insomma un disco che ha fatto dell’arte del recupero il suo punto di forza, che ha preso quel che è rimasto nella dispensa trasformandolo in un piatto non da ristorante stellato, ma con molta dignità.

È un disco da bettola di Nottingham e da brughiera da “Il Mastino dei Baskerville”, che mette malinconia come un nonno che ti racconta i bei tempi andati che non torneranno più. È il testamento finale di una parte di carriera, perché il seguente “Duke”, in tutta onestà, può essere difeso fino alla morte solo da un innamorato fisso come me.

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