Ippocrate e i post razzisti

Di

imagedi Corrado Mordasini

Gente come il sergente Imperiali e il medico della Croce verde licenziato in questi giorni per post razzisti potrebbero arrivare a una conclusione logica. La ventata di xenofobia e malevolenza nei confronti degli stranieri o di altre etnie è stata loro fatale. E questo per colpa di un lassismo sui social anche di molti personaggi pubblici. State attenti però ad emulare Salvini, Borghezio o alcuni politici nostrani, soprattutto leghisti: rischiate di farvi male.

Il medico si dice sconvolto visto che il suo non era un post pubblico, ma relegato a una stretta cerchia di amici. Poco cambia però, sappiatelo, a prescindere dalle decisioni dell’Ente ospedaliero, il fatto che il post sia privato. La cosa non fa differenza per la legge, anche perché dovremmo definire cosa intendiamo per privato. Una cerchia di 10 amici? 20? 100? Un post dal momento che viene pubblicato è pubblico e quindi perseguibile se qualcuno ci denuncia.

Ma anche qui, come nel caso del sergente della Polizia cantonale, si cerca di sminuire: “Sono rimasto sconvolto. Le frasi risalivano a quattro mesi prima della mia assunzione. Ho chiesto alla direzione chi gli avesse inviato il post, visto che era accessibile solo ai miei cosiddetti “amici”. Ma non mi hanno risposto”. Come a dire che se io ero razzista quattro mesi fa ora sono diventato tutto d’un colpo un amante di tutte le etnie. Il problema in questo caso non è il post in se stesso ma il fatto che sia stato scritto prima dell’assunzione e, stando al parere del medico incriminato, non dovrebbe fare più stato.

E si torna al concetto di ruolo pubblico. Se sei un poliziotto, un medico, un giudice, non puoi permetterti cose del genere. Devi garantire a tutti un equità di trattamento e di professionalità, perché te lo chiede la tua posizione. Non sei un besugo qualunque cui è scappata la frizione.

“In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi.” Questo è un passo del giuramento di Ippocrate, fatto da milioni di medici da allora. 2400 anni fa, Ippocrate curava “donne e uomini, liberi e schiavi”. Curava anche gli ultimi della Terra. La Convenzione di Ginevra, invece, stabilisce che in tempo di guerra i nemici vengano curati come i propri soldati.

Al medico licenziato queste cose non devono essere così chiare. Peccato. Una professione così bella, in grado di dare tanto lenimento alla sofferenza, svilita da quattro frasi su Facebook.

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