Mignotta per una sera

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Di

mignottadi Antonia Bremer

unnamed-2Avendo una misera coppa B, ho dovuto per prima cosa pensare a creare l’evento là dove, se non sei almeno come la tabaccaia di “Amarcord”, non risulti credibile. E per farlo ho usato due contenitori di plastica tupperware che ho appoggiato direttamente sulle due B, uno a destra e l’altro a sinistra, sotto un vestito scollato acrilico. Completo il travestimento con scarpe tacco dodici, capezzoli con palline di carta pesta, una pelliccetta e una maschera di lattice integrale: labbroni, trucco sbavato sugli occhi, ciglia di tre centimetri, neo sulla guancia, capelli viola.

Una perfetta mignotta che sembra uscita da un bordello fumoso parigino degli anni Cinquanta.

E in questa guisa vado a ballare, è carnevale. E non voglio neanche lontanamente pensare alle teorie che ci propinano gli esperti di psicologia e antropologia sociale, religiosa, psicoevolutiva, artistica, espressiva, filosofica, e chi più ne ha più ne metta e cioè che con la scusa del carnevale in parecchi si liberano dell’unico tabù rimasto: esprimere i propri veri desideri.

Eccomi sulla balera.

È questione di attimo e ho già abbordato: un cavaliere mi invita a ballare e mi fa un sacco di domande, anche spinte, alle quali non rispondo per non tradirmi, ma intanto sotto me la rido. Cambio un ballerino dopo l’altro. E tutti mi toccano i tupperware, per fortuna le due B sono talmente al sicuro dietro cotanto contenitore che non corro nessun pericolo.

unnamed-1Noto che più di un maschio, pur avendo il dubbio che io fossi un uomo travestito da donna o una donna travestita da donna o una donna travestita da uomo che si traveste da donna – sono alta, il dubbio può sorgere – ci prova, anche in modo pesante, cercando perfino di toccarmi sotto per vedere cosa c’è. Ma io sono in una botte ferro, o meglio, di plastica dura, perché i tupperware di cui sopra servono a mantenere la distanza di sicurezza anche lì sotto. Ed è allora che mi rendo conto, dall’alto del mio tacco dodici, di quanto sia labile il confine tra la realtà e la finzione, tra un sesso e l’altro, e dell’immenso potere di seduzione che ha l’ambiguità.

Dopo due ore intense di tanghi, valzer lenti e bachata con orde di uomini, stanca ma contenta, me ne torno a casa incolume ma con una consapevolezza in più: sono una mignotta redenta, come Vivian nel film “Pretty Woman”.

“E cosa succede dopo che lui ha scalato la torre e salvato lei? – chiede Edward, Richard Gere, a Vivian, Julia Roberts. “Che lei salva lui” – risponde Vivian.

E io? Io sono stata salvata dai tupperware. Tupperware forever.

E vissero tutti felici e contenti. Buona Quaresima.

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