13 piccoli affogati

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Di

Eritreidi Corrado Mordasini

Li ho visti spiaggiati, grattare la rena come aringhe. Quei loro corpi così ormai inutili, adagiati in fila, come soldatini candidi. Coperti dai teli pietosi dei carabinieri. Tredici piccoli corpi. Tredici piccoli insulsi cadaveri, mucchi di carne portati a riva dalla risacca. Morti come per scherzo a pochi metri dalla riva, perché quei poveri disgraziati non sapevano nuotare, gettati a frustate dagli scafisti oltre quella diafana barriera di legno e metallo che li separava dalla morte.

Li ho visti su una foto a bassa risoluzione su internet. 13 piccoli indiani, tredici piccoli africani. Tredici speranze sciolte come meduse sulla battigia di Ragusa. Che ironia, Ragusa è conosciuta come città dei ponti. Ma l’anno scorso quei tredici sacchettini di speranza si sono arenati, dopo una vita di disperazione su una spiaggia di Sicilia. Nessun ponte a salvarli. Un anno per dimenticare 13 profughi eritrei, 13 inutili pustole sulla dura pelle di questo nostro mondo occidentale. Ma come, com’è possibile non saper nuotare nel ventesimo secolo? Non vai in piscina? La mamma non ti porta al lago? Il papà non ti insegna le prime bracciate? Ma come è possibile al giorno d’oggi morire a trenta metri dalla riva?

Con l’acqua che ti entra nei polmoni, gli spasmi del torace che dolorosamente si contrae cercando l’aria. Due o tre metri d’acqua. Bastavano poche bracciate. Poche stupidissime bracciate per toccare con la punta delle dita dei piedi il fondo che portava alla spiaggia della salvezza. Ma tu sei uno stupido inutile eritreo. Sei cresciuto in un deserto infame, non avevi neanche mai visto il mare. Non avevi mai sentito il suo profumo, l’odore di salsedine lo spruzzo della schiuma sula pelle. Il mare è bello. Il mare è grande, immenso. Quante volte ci siamo soffermati su ricche spiagge ad ammirare il tramonto. Che bello il mare, che romantico. Che sogno.

Il sogno di questi immigrati, che si lanciano suicidi attraverso il canale di Sicilia è solo una speranza. Una speranza che non vive di tramonti, ma di pane. Ogni giorno che passa, ogni anno che trascorre questi lemming africani si fanno più numerosi, più disperati. E noi diventiamo sempre più duri, crudeli, incompatibili. Queste ondate di risacca si schiantano contro gli scogli calcarei della nostra anima senza però scalfirla. Il nostro cuore diventa sempre più duro, arido, inutile. Il nostro cuore, si è dimenticato che siamo tutti uomini e donne, bambini, vecchi, madri.

Il nostro cuore ha smesso di esistere.

Courtesy RSI Rete 2

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